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Sette chili in sette giorni

Una trentina di anni fa, Daniele Cernilli, per dimagrire, andò a Merano, allo Spazio Henri Chenot, un noto e affidabile centro specializzato. In tempi di “prova costume”, divertiamoci a rileggere la sua cronaca.

L’alternativa era fra perdere velocemente una decina di chili o crescere di dieci centimetri in altezza. Per un attimo ho pensato che il mio medico parlasse sul serio, poi ho colto la “velata” ironia. Del resto da tempo i miei quasi cento chili cominciavano a crearmi problemi veri. Vestiti nuovi inutilizzabili, scale equivalenti a mezzi di tortura, movimenti difficili. Persino allacciarsi le scarpe era un’impresa.

E allora proviamo con un centro specializzato, mi sono detto. La scelta è caduta su Villa Eden di Merano, dove c’è lo Spazio Henri Chenot. Me ne avevano parlato amici del mondo del vino. Dai tre ai quattro milioni per una settimana, certo un bel salasso, ma per la salute…. Ed ecco com’è andata.

Sabato 26 febbraio

Arrivo a Merano dopo nove ore di treno e varco il cancello di Villa Eden alle 16 in punto. Per una settimana non sarei più uscito. Mi sono fatto coraggio. Mi assegnano una bella camera doppia uso singola al piano terra, dalle finestre si vedono grandi abeti e, più lontano, le Alpi. Subito al peso: 100 chili tondi, tre in più di quanto risultava sulla vecchia bilancia di casa. «Sarà per far nascere più sensi di colpa» penso, ma la verità è che la mia povera bilancia si dev’essere talmente deteriorata a furia di subire gli oltraggi del mio peso che non funziona più bene.

Alle 19 tutti in riunione, ed ecco il grande Chenot in persona ad accoglierci (Henri Chenot è morto a inizio dicembre 2020, ndr). Siamo una sessantina di persone, c’è anche Pavarotti ad ascoltare. Non credo ai miei occhi. Poi ci sono soprattutto donne di tutte le età, anche ragazze venticinquenni con qualche etto in più, che trovo francamente bellissime. «È tutto un problema legato al cervello» sentenzia Chenot. È ovviamente magro, bassino, sulla cinquantina, indossa una dolce vita chiara sotto un elegantissimo doppio petto grigio. Somiglia vagamente a Gilbert Becaud. «Non perderete solo peso, vi disintossicherete, dimenticherete lo stress, vi alimenterete in modo naturale e mangerete poco». Comincio a capire. Mi viene in mente il Meursault Clos de La Barre ’90 che ho bevuto la sera precedente offerto dai miei amici. «Bevilo, che poi lì il vino te lo scordi». Parole profetiche.

Si va a cena. Crema, anzi, “succo” d’aglio, amarognolo ma buono, poi verdure al vapore, senza olio ma con erbe aromatiche. Un caffè d’orzo senza zucchero, un bicchiere di acqua e limonee due cucchiaini di una pozione biancastra, dal sapore di dentifricio. «Serve per “depurare l’intestino”» mi dicono i compagni di tavolo, madre e figlia di Piacenza e un simpatico grossista di Bologna. Alle 21 a letto. Senonché la “depurazione” inizia a fare effetto e fino all’1 di notte tutto l’albergo viene allietato da un ritmato concerto di sciacquoni. Sembra la canzone di Gaber. Penso con terrore che il rito si verificherà per tutte le notti. Penso anche a Pavarotti e mi viene da ridere. Mal comune…

Domenica 27 febbraio

Il primo vero giorno di cura inizia con il trattamento alla Beauty Farm. Otto ore di massaggi in sei giorni, centocinquemila lire l’ora. Massaggi rilassanti, penso, poi linfodrenaggio, che non so cosa sia ma ha un bel nome. Mi capita una massaggiatrice carina, calabrese, magrissima, ma con una spaventosa forza nelle mani. Mi sembra di essere picchiato da un camionista. Esco ammaccato e vado all’idromassaggio. Vasca enorme, temperatura gradevole, una pacchia. Dopo venti minuti mi fanno uscire, mi indirizzano in un gabbiotto lì accanto e iniziano a bersagliarmi con un potente getto di acqua calda. «Sopportabile» penso. Poi la ferale notizia «ora la mando fredda, serve per riattivare la circolazione». Ho creduto di morire.

Il pranzo è buono. Succo di verdure, verdure crude in pinzimonio (senza olio), sushi di riso e verdure. Alle 13,30 visita medica. 98,800. Più di un chilo in un giorno. «Sono liquidi» mi dice la terapista, raffreddando i miei entusiasmi. Mi propone di fare la “doccia intestinale” che scopro essere un clisterone a 37° che dura venti minuti e dev’essere ripetuto due volte. Mi rifiuto accampando scuse pietose. Inizia il trattamento di ginnastica passiva. Ho elettrodi su tutto il corpo e le mie povere carni vengono agitate da serie ritmiche di scosse elettriche. Finisco distrutto.

La sera menù ridotto. Frutta cotta e cruda, crema di verdure, un cucchiaio di riso integrale con il radicchio. Da bere acqua e limone e di nuovo la purga. Mi sembrava buona persino quella. Comincio a guardare con interesse i fiori immersi nell’acqua dentro i bellissimi centrotavola di cristallo della Riedel.

Lunedì 28 febbraio

L’algoterapia si svolge in due tempi. Il primo consiste in un idromassaggio profumato, il secondo nel modo che segue: ci si sdraia su di un lettino e si viene cosparsi con una poltiglia molto calda di alghe. Poi, avvolti in grandi fogli di plastica trasparente e in coperte di lana, si viene lasciati “in cottura” per venti minuti. Dicono faccia bene.

A pranzo la ferale notizia: da adesso fino alla sera del giorno dopo digiuno. 24 ore ad acqua e brodini. I fiori del centrotavola sono sempre più appetitosi. Controllo medico alle 13,30, peso 98,400 Kg. Poi ginnastica passiva, massaggio (più duro del giorno prima) e riunione alle 19 con madame Dominique Chenot, la moglie di Henri. Circa quarant’anni, grande fascino, trucco leggero, indossa un tailleur pantalone chiaro con camicetta bianca. Ci dà indicazioni sul regime alimentare da seguire. «Evitate commistioni fra carboidrati e proteine animali. Verdure con tutto, poca carne. Bene la frutta a colazione e prima dei pasti, mai cappuccino e brioche. Nulla di nuovo. Un’uscita a sorpresa: «e il vino?» le domando. «Un po’ di vino rosso a cena non è vietato» poi aggiunge «una volta alla settimana dimenticatevi di Chenot e fatevi una cena di piacere, anche al ristorante, e bevete quello che vi va». Simpatica ragazza.

Per cena brodini di alghe e funghi cinesi. Li trovo gradevoli. Sarà la fame.

Martedì 1 marzo

Il digiuno fa effetto: 96,700 Kg. Ovazioni da parte della dietista, una ragazza bellissima, capelli scuri, alta, sguardo dolce. Sono quasi orgoglioso dei suoi complimenti. Solita ginnastica passiva, poi massaggio con linfodrenaggio. Non vi ho ancora raccontato in cosa consiste questa vera tortura. Vengono appoggiate sul corpo due campane di vetro, collegate a una macchina che crea il vuoto, aspirando le carni all’interno delle campane stesse. È, insomma, un violento pizzicotto continuato per circa un’ora su tutto il tronco. Solo chi l’ha provato sa come ci si sente dopo.

Alle 16 incontro Chenot, gli avevo chiesto udienza per avere il permesso di far venire il fotografo. Mi accoglie senza sapere bene chi sia e cosa desideri, ma è gentile. Non è un “guru”, dice cose magari scontate ma ragionevoli. Non è un estremista. La sera di nuovo lezioncina filosofico-alimentare che si protrae per quasi un’ora fra le proteste dei digiunatori. Sono più debole che affamato, ma la frutta fresca con crema di mango la divoro in un secondo. «Mangia più lentamente» mi ammonisce il grossista bolognese. Ha ragione ma in cuor mio lo mando al diavolo. Poi zuppa di verdure e alghe e infine ottimi ravioli integrali ripieni di verdure e pomidoro. Per finire la purga, e a letto presto.

Mercoledì 2 marzo

Indovinate quanto è dimagrito Renato Pozzeto quando è stato qui? Ma sette chili in sette giorni, naturalmente. Io sto provando ad emularlo e stamattina sono 96 precisi. E non ho molta fame. Certo, bere succo di carota e succo di mela a colazione fa un po’ tristezza. Il pranzo però è stato buono: solito succo di verdura, verdure in pinzimonio (sempre senza olio) e fantastiche crepes integrali con ricotta e spinaci. Visibilio in sala.

Oggi all’algoterapia Pavarotti è entrato subito dopo di me nella vasca. Cantava come uno qualunque sotto la doccia. Diceva che gli faceva schifo il muessli di Chenot, mentre trovava, giustamente, ottimo il riso integrale. Sono tornato in camera con un po’ di mal di testa. «Sono le tossine in circolo» mi hanno detto. Non sapevo di produrre tossine come gli stafilococchi. Comunque ho preso di nascosto dieci gocce di Novalgina. Se lo vengono a sapere mi cazziano. Cena di lusso: coulis di frutta, crema di verdure e, udite udite, pesce al vapore con salsina cattiva.

Giovedì 3 marzo

Oggi inizia il secondo giorno di digiuno e il pranzo delle 13 è l’ultimo pasto fino a venerdì sera. Succo di verdure, un’ossessione, carote crude scondite, due foglie di spinaci al vapore, verdure alla griglia e un cucchiaio di riso selvaggio bollito. E basta. Mi aspettano 24 ore di fame, ma soprattutto mi aspetta il peso: 95,400, sei etti meno di ieri. Poi due ore di massaggi. «Oggi ha la mano veramente pesante» dico alla massaggiatrice. «Ma lei è venuto qui per dimagrire o per farsi massaggiare?» mi domanda ironicamente. Difficile darle torto.

Alle 19 lezioncina di Chenot. Alla fine un corpulento e anziano signore si lamenta quasi gridando «a mezzogiorno mi hanno dato solo cinque grammi di riso, me ne spettavano almeno trenta: è un’ingiustizia». Poi davanti a brodini caldi i digiunatori non fanno altro che parlare di ricette e ristoranti. La pena del contrappasso.

Venerdì 4 marzo

Arriva Senigalliesi, il fotografo e scendiamo insieme in algoterapia. Le ragazze del reparto sono gentilissime e collaborano. Protesta solo un signore, un politico ex democristiano, mi dicono, che teme di essere fotografato. L’unico soggetto delle foto sono io, ma lui protesta lo stesso. L’Ultima “botta” di arroganza di un trombato prossimo venturo. Poi da Henri Chenot. Stavolta è molto più amicale. Mi racconta di essere un appassionato di vini e confessa di non riuscire a berne solo un bicchiere a pasto. «Il vino rosso è un ottimo prodotto, contiene des tannins, va bevuto con moderazione, ma si può. Poi sono amico di Gaja e di Zanella e quindi…» Cominciamo a fare foto spiritose. Temiamo che madame Chenot non approverà ma qualche forzatura fa parte del mestiere. I piatti che ha fatto fare per le foto sono comunque splendidi, pieni di colore, degni del miglior Gualtiero Marchesi.

Alle 13,30 ultima seduta medica, peso finale 94,500, un trionfo. La mattina dopo sarebbe stato addirittura di 94 netti, ma la pesata era “ufficiosa”. Vengo fotografato anche in sala massaggi. Spero perdonerete la vista delle mie povere pinguedini, ma apprezzate almeno il senso dell’umorismo. Del resto dopo lo speciale sui maiali sul Gambero non mancava che questo. Finiamo con Chenot in grande spolvero alla riunione finale. È allegro, parla di cose concrete e non solo di medicina cinese, sua grande passione. Argomento della concione gli alimenti, come si usano e come si scelgono. Una perfetta lezione di divulgazione alimentare. Potrebbe essere un pezzo per il Gambero, penso.

Cena finale ottima: composizione di frutta, crema di pomodoro, lasagne integrali con verdure. Un applauso agli chef. Domani è un altro giorno.

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