EditorialeFirmato DoctorWine

Il futuro è nell’uvaggio?

Ogni tanto se ne sente parlare e sono sempre produttori autorevoli a farlo. Il ritorno all’uvaggio sembrerebbe una risposta ragionevole, per quanto parziale, a un problema enorme come quello del cambiamento climatico.

È già la seconda volta in meno di un anno nella quale sento autorevoli produttori spezzare una lancia a favore dell’uvaggio. Nello scorso novembre fu Paolo De Marchi, stavolta addirittura Angelo Gaja che ne sta facendo una vera e propria battaglia. Le ragioni stanno soprattutto nel cambiamento climatico al quale stiamo assistendo. Il ragionamento di entrambi è che se il clima sta diventando una variabile incontrollabile non possiamo pensare che un solo vitigno sia in grado di dare sempre e comunque una qualità costante. Mettere insieme più varietà, invece, sarebbe una scelta più logica perché avrebbero maturazioni differenti e se una non fosse particolarmente adatta all’andamento climatico ce ne sarebbero altre pronte a dare una mano.

Se torniamo a tempi passati ci renderemmo facilmente conto che l’adozione del monovitigno è molto più recente di quanto immaginiamo. Fino almeno all’entrata in vigore delle Docg, nel 1980, persino vini come Barolo, Barbaresco e Brunello di Montalcino non erano necessariamente basate sui soli Nebbiolo e Sangiovese rispettivamente, ma consentivano la presenza fino al 15% di varietà diverse, in particolare Barbera in Piemonte, Canaiolo e Colorino in Toscana. Certo, non parliamo di vitigni internazionali, ma di uve che da sempre sono presenti nelle rispettive zone e nei rispettivi vigneti.

Accade in molte regioni del mondo, peraltro. In Borgogna è ancora oggi possibile aggiungere piccole quantità di vitigni diversi dal Pinot Noir persino nei Grand Cru. E se andrete a visitare la Cote de Nuits potrete rendervi conto che anche nei vigneti più prestigiosi ogni tanto occhieggia una pianta con grappoli bianchi anziché rossi, forse Aligoté, forse Chardonnay. Il disciplinare definisce il Pinot Noir “cépage dominant ma consente, se tradizionalmente presenti in vigna, anche altre uve fino al 15%.

Tutto questo accadeva proprio per ovviare a eventuali problemi nella maturazione del vitigno di riferimento. All’epoca per motivi opposti a quelli dovuti a siccità e bombe d’acqua ai quali assistiamo oggi. De Marchi e Gaja con i loro interventi stanno provando perciò a sottolineare un’esigenza che si farà sempre più pressante nei prossimi anni e forniscono una possibile risposta, concreta e per nulla ideologica. Sommessamente penso che sarebbe il caso quanto meno di parlarne.

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