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Accordo UE-India: il vino apre, il cibo segue

Non è l’accordo che farà esplodere domani l’export italiano in India, ma è quello che cambia finalmente le regole del gioco. Con la progressiva riduzione di dazi finora proibitivi, il vino diventa l’apripista di una strategia più ampia che coinvolge territori, filiere e agroalimentare di qualità. L’India resta un mercato complesso, selettivo e lento, ma proprio per questo strategico: non una scorciatoia commerciale, bensì una scommessa di lungo periodo. Per il Made in Italy, il valore non sarà nei volumi immediati, ma nella capacità di presidiare un Paese che sta cambiando consumi, stili di vita e aspirazioni.

L’accordo di libero scambio tra Unione Europea e India, firmato a Nuova Delhi, segna un passaggio chiave nella strategia di apertura commerciale dell’Europa verso i mercati extra-occidentali. Un’intesa che, per l’Italia, ha un nome e un volto ben precisi: vino e agroalimentare di qualità, finora fortemente penalizzati da uno dei regimi tariffari più restrittivi al mondo.

UIV: il vino come leva geopolitica ed economica

A porre il vino al centro del nuovo scenario è UIV – Unione Italiana Vini, l’organizzazione che rappresenta le imprese del settore vitivinicolo italiano. Per UIV, l’accordo UE-India è prima di tutto una svolta strutturale: i dazi all’importazione, oggi al 150%, vengono immediatamente dimezzati e scenderanno progressivamente fino al 30% in sette anni, con un’aliquota finale del 20% per i vini sopra i 10 euro a bottiglia. È inoltre previsto un capitolo dedicato alla tutela delle denominazioni e dei marchi.

Secondo il presidente Lamberto Frescobaldi, l’intesa va letta anche come risposta alle tensioni geoeconomiche globali e alla necessità di diversificare i mercati di sbocco, considerando che il 60% dell’export vinicolo italiano è concentrato in soli cinque Paesi. In questo quadro, l’India passa da mercato marginale a orizzonte strategico di lungo periodo.

Federvini: competitività e filiera allargata

Una lettura simile arriva da Federvini, la federazione che riunisce i produttori di vini, spiriti e aceti. Il presidente Giacomo Ponti parla di una “svolta” per la competitività dei prodotti europei, sottolineando come l’accordo abbatta barriere che per decenni hanno limitato l’accesso al mercato indiano.

Federvini evidenzia il valore dell’accordo per l’intera filiera del beverage, ricordando che anche gli spirits beneficeranno di una riduzione progressiva dei dazi, che a regime si attesteranno al 40%. In un contesto internazionale instabile, l’India viene indicata come direttrice strategica di crescita e resilienza per l’export italiano.

Città del Vino: territori, promozione ed enoturismo

A completare il quadro dal punto di vista territoriale è l’Associazione Nazionale Città del Vino, che rappresenta oltre 500 comuni vitivinicoli italiani. Il presidente Angelo Radica sottolinea come l’accordo apra “significative opportunità” per l’export, ma anche per la promozione del Paese nel suo complesso.

Secondo Città del Vino, il vino può svolgere un ruolo di ambasciatore dei territori, con potenziali ricadute anche sull’enoturismo, a patto di costruire un sistema di promozione coordinato e strutturato, capace di trasformare l’apertura commerciale in valore culturale ed economico.

Italia del Gusto: dall’accordo politico all’operatività

Lo sguardo si fa più operativo con Italia del Gusto, consorzio che riunisce aziende dell’agroalimentare italiano orientate all’export. Per il Consorzio, l’accordo UE-India rappresenta una discontinuità concreta, perché crea finalmente condizioni minime di competitività per l’ingresso delle imprese italiane in un mercato finora quasi inaccessibile.

Italia del Gusto insiste però su un punto chiave: la riduzione dei dazi non basta. Affacciarsi sull’India richiede preparazione, conoscenza del contesto locale, adattamento dei modelli distributivi e lavoro di sistema. È su questo terreno che il Consorzio intende accompagnare le PMI, aiutandole a costruire strategie di medio-lungo periodo e relazioni commerciali stabili.

Nomisma: i numeri del food & beverage e le reali opportunità

A dare profondità analitica al quadro è Nomisma, istituto di ricerca economica, che evidenzia come l’accordo UE-India si inserisca in una necessaria strategia di diversificazione dei mercati per le imprese italiane.

A happy Indian family

Secondo Nomisma, l’India resta un mercato complesso: la ricchezza è fortemente concentrata, ma esiste una classe benestante di oltre 60 milioni di persone, destinata a crescere, che rappresenta il target ideale per il food & beverage Made in Italy. Oggi l’export agroalimentare italiano verso l’India vale appena 142 milioni di euro, mentre vino e olio d’oliva restano residuali proprio a causa dei dazi.

La progressiva liberalizzazione – che porterà, ad esempio, all’azzeramento dei dazi sull’olio d’oliva in cinque anni e a una forte riduzione su vino e altri prodotti – apre spazi di crescita concreti, ma solo nel lungo periodo. Come sottolinea Denis Pantini, responsabile agroalimentare di Nomisma, si tratta di mercati che crescono parallelamente allo sviluppo economico e ai cambiamenti negli stili di vita della popolazione.

Un percorso lungo, ma necessario

In attesa della ratifica definitiva dell’accordo, il messaggio che emerge è condiviso: l’India non è un mercato immediato, ma strategico. Il vino ne è l’apripista simbolico, il cibo ne sarà la naturale estensione. Il successo dipenderà dalla capacità del sistema italiano di muoversi in modo coordinato, trasformando l’apertura commerciale in un progetto di posizionamento culturale, prima ancora che economico.

 

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