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Soave Seven, tutta una questione di stile

L’11 settembre presso Eataly a Verona arriva Soave Seven, con vini a 7 anni dalla vendemmia, quindi vai con la 2016, accompagnati dalla 2022. Abbiamo avuto un pre-evento per la stampa e vi garantisco che il Soave è un vino aperto all’interpretazione e perfetto connubio tra vitigni, territorio e tecnica.

Soave Seven si prepara a una nuova edizione con un pre evento dedicato alla stampa. A raccontarsi, ancora una volta, saranno i vini Soave Doc, classico – superiore – da UGA, basta abbiano 7 anni dalla vendemmia (nota: le UGA diventano ufficiali nel 2019). È la 2016 infatti l’annata che quest’anno si racconterà al fianco della 2022, non mancheranno nel corso dell’evento, organizzato dalla Strada del Vino Soave, considerazioni sulla (pazzerella) stagione 2023. L’evento, aperto al pubblico, si terrà in data 11 settembre presso Eataly Verona. Un walk around tasting molto ricco e un momento emozionale con l’assegnazione di un riconoscimento speciale alla memoria di chi ha contribuito alla nascita e alla crescita del territorio della Doc Veronese. Doc dove la Garganega la fa da padrona, in piano o in pendenza anche estrema, e i suoli, sia bianchi che neri, sono antichi.

Segnata la data dell’11 settembre in agenda per l’evento aperto al pubblico, vediamo ora di fare qualche considerazione sul Soave come vino e capire insieme perché dovrebbe/potrebbe essere considerato un vino longevo con potenzialità di invecchiamento.

A mio avviso, è tutta una questione di stile. Passo indietro. Il vino Soave è universalmente riconosciuto (salvo qualche eccezione) come vino di pronta beva, economico, semplice e beverino, la cui caratteristica su tutte è la freschezza piuttosto che la complessità. Eppure, con i dovuti accorgimenti e sposando tecniche e determinati approcci dalla campagna alla cantina, questo vino pare poter acquisire la tanto ambita complessità e trasformarsi in un prodotto buono oggi e eccezionale nel tempo.

Che il Soave, anche d’annata, possa sorprendere l’ho imparato durante lo scorso Vinitaly, quando a una degustazione dedicata a vini da territori vulcanici presso lo stand del Consorzio di Tutela, ero in compagnia di un amico importatore tedesco. Al termine della degustazione René mi ha ringraziata con entusiasmo per l’esperienza condivisa (l’avevo obbligato a venire con me), perché mai avrebbe pensato che il Soave potesse essere (testuali parole) “such a good wine”. Sorpresa, gli ho chiesto perché e la risposta che temevo è arrivata… per lui era il bianco italiano da primo prezzo sugli scaffali di Aldi in Germania, decisamente poco interessante. Capite che partiva molto svantaggiato e io, a momenti, perdevo pure un amico! E invece…

Cosa possa rendere quindi un Soave un gran vino e, con i dovuti accorgimenti, un vino bianco longevo, me lo sono chiesto e richiesto, ed è stato proprio grazie ai numerosi assaggi che i produttori mi mettono a disposizione che ho iniziato a trarre qualche conclusione. Il suolo, ok… ma onestamente al momento mi interessa di più quello che ci succede sopra. Perché durante gli ultimi assaggi i vini più interessanti si sono rivelati quelli da viti vecchie, quelli che avevano fermentato e/o maturato in legno, quelli tappati con tappo tecnico, quelli maturati sur lie, quelli che al fianco della Garganega hanno scelto di avere anche qualche altro vitigno complementare. Insomma, tutti vini che sono stati pensati, studiati e che hanno uno stile ben preciso, non necessariamente riconoscibile ma decifrabile. C’è una bella differenza tra essere riconoscibili, ti riconosco solo se ti ho già conosciuto prima, e essere decifrabili, non ti conosco ma ti capisco e quindi voglio conoscerti. Soave è quindi un vino aperto all’interpretazione e perfetto connubio tra vitigni, territorio e tecnica. 

Ce lo insegnano aziende come Inama, il cui Capitel Foscarino 2016 era in perfetta forma. Panciuto e goloso, stupiva ancora con una bella acidità al palato in contrasto, eppure perfettamente in armonia, con la pienezza al naso. Qualcosa da raccontare ha sempre anche Tenuta Sant’Antonio con il suo Vecchie Vigne 2011 (…siamo scesi un po’). Un vino molto complesso che ci racconta tutta la sua evoluzione, costante nel tempo. Vecchie Vigne non ha certo fretta, profuma ancora di mentuccia secca e il finale è lungo e persistente.

Interessante anche la scelta di Canoso di aggiungere un pizzico di Incrocio Manzoni, sufficiente per fare la differenza e renderlo interessante. Tutto sua madre questo vitigno è figlio del Riesling Renano, il longevo per eccellenza con quella straordinaria capacità di cedere aromi nel tempo. E poi Fattori con Danieli 2016, tappo a vite e una componente di macchia mediterranea che rinfrescava la mandorla tostata tipica dell’evoluzione delle Garganega. Come non nominare Pra, il cui Staforte 2016, tappo a vite, mi ha quasi stufata perché è sempre buono e accademico, profumava ancora di lampone giallo, pesca, pera e pompelmo… non ho altro da aggiungere.

Quindi Soave Seven (ma anche eight, nine, ten…) ci convince? Direi proprio di sì, purché nulla sia lasciato al caso. Ce lo confermano i nomi citati sopra che sono però in ottima compagnia, li trovate tutti a Verona da Eataly l’11 settembre anche se in generale mi sento di consigliarvi di fare un giro a Soave, è pur sempre il Borgo più bello d’Italia!

Concludo con due assaggi freschi freschi… annata 2022 che mi hanno particolarmente colpita.

INFO | Soave Seven 
INFO | Strada del Vino

La Strada del vino Soave nasce nel 1999 e conta oggi circa cento soci suddivisi in cantine, Enti e Associazioni, Agriturismi, Ristoranti, Hotel, frantoi e aziende di prodotti tipici locali. Da sempre la Strada del Vino è attiva per coordinare i numerosi soci che fanno parte all’interno di un ideale percorso di circa 50 Km lungo il quale è possibile ammirare il paesaggio, visitare cantine, degustare vino, assaggiare piatti tipici e venire a contatto con l’ospitalità delle persone.

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