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Il caso enologico

Roberto Di Meo è attualmente uno dei migliori interpreti dell’enologia “bianchista” italiana. Lo dimostrano tanti vini, ma l’ultimo che mi ha fatto assaggiare è un vero caso enologico: un Fiano con una permanenza di quasi trentuno anni sui lieviti.

Roberto Di Meo è il presidente dell’Assoenologi della Campania, possiede una cantina di famiglia nei pressi di Avellino e produce ottimi Fiano, Greco e Taurasi. Quest’anno lo abbiamo premiato come “winemaker dell’anno” sulla nostra Guida Essenziale e un paio di anni fa il suo Greco di Tufo Vittorio 2008 è stato il nostro “vino bianco dell’anno” con un punteggio stratosferico. 

Perché Roberto è attualmente uno dei migliori interpreti dell’enologia “bianchista” italiana. 

Riesce a produrre dei vini che affinano in acciaio, sulle fecce sottili, le lies, per anni e anni. Lo fa con una tecnica di iper-riduzione, che presenta molti rischi ma che può dare risultati strepitosi. Denis Douburdieau, compianto professore di enologia a Bordeaux, parlava spesso di “complexité en reduction”, Roberto Di Meo è forse il migliore interprete in Italia di quello stile. 

Ma stavolta ha veramente esagerato.

Durante una recente visita che ho fatto nella sua cantina mi ha fatto assaggiare un Fiano, che probabilmente non avrà alcuna denominazione, e che proveniva da una vasca di acciaio di 60 ettolitri circa. “Non ci crederai, ma questo vino è sulle fecce dal 1993” mi ha detto sorridendo. “Lo assaggio ogni settimana per controllare l’evoluzione, ora vorrei metterlo in bottiglia chiamandolo solo 93. Vino bianco e basta, nessuna denominazione, anche perché è talmente diverso da un tipico Fiano di Avellino che non mi sembra giusto farlo”. 

Non mi era mai successo, se non per qualche Champagne e per bollicine varie, di assaggiare un vino che ha avuto una permanenza di quasi trentuno anni sulle fecce. Di sicuro nessun vino “fermo”. 

Era incredibile. 

Colore ancora verdolino. Profumi di straordinaria complessità, nei quali pietra focaia, erbe aromatiche, persino note agrumate e di mandorla fresca, si alternavano nei diversi momenti olfattivi. Sapore salino, non troppo aspro (ha fatto naturalmente la malolattica), molto equilibrato e soprattutto agile e lunghissimo. Gradazione alcolica di poco superiore ai 12 gradi, ph a 3,50, acidità poco sotto a 6. Integrità incredibile. 

Credo che questo sia un vero “caso” enologico e andrebbe analizzato da professionisti e anche da appassionati di grande esperienza e di altrettanta curiosità. La parola “fuoriclasse” in questo caso penso sia il caso di usarla. 

Quando uscirà? Fra qualche mese. Quanto costerà? Parecchio, forse intorno ai 300 euro. Ma, secondo me, e dopo tutto quel tempo, ci stanno tutti.

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