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Parigi val bene una fiera

Parigi val bene una fiera - panorama di notte

La Fiera prima di tutto, ovviamente, una Wine Paris 2026 appena conclusa che ha riempito i padiglioni di lingue diverse, strette di mano, brindisi misurati e sorrisi professionali. Che festeggia grandi record per numero di visite, organizzazione, idee nuove e speranze per il futuro. Ma tra uno stand e l’altro, mentre ognuno ha detto la sua, c’è una frase che torna, sussurrata con aria complice: “Sì, ma siamo a Paris.” Il reportage di Rosanna Ferraro.

Perché poi sei a Parigi.
E non è un dettaglio.

È la Ville Lumière che con il suo fascino accoglie il popolo del wine – e del no wine – con una naturalezza quasi disarmante. Nella normalità della città, senza dover sottostare al ricatto dei costi triplicati per l’occasione dagli alberghi, alla carenza di alloggi che costringono ad allargare la ricerca di un letto a chilometri di distanza, ai trasporti inesistenti e ai parcheggi introvabili, e a tutti gli altri disagi che vengono registrati nelle altre grandi fiere, da Düsseldorf a Verona, laddove la prima viene data ormai in agonia, mentre per la seconda si auspica sempre qualche cambiamento che la faccia tornare in auge, e non solo per campanilismo.

Poi – siamo professionisti ma la sera siamo donne e uomini alla ricerca di un po’ di relax – ci lanciamo senza rimorsi alla conquista di un plateau d’huîtres-vinaigrette à l’èchalote, di un sofisticato foie gras, di aristocratici macaron e di burrosi croissant (in virtù dei quali si sorvola anche sul caffè). C’è una passeggiata serale lungo i boulevard illuminati, una sbirciata alle vetrine e lo shopping esclusivo, perché no, già che ci siamo. E poi la tentazione di un museo “al volo” – un salto al Louvre o al Quai d’Orsay – anche solo per dire di esserci stati.

Insomma, a Parigi c’è vita oltre il vino, e la Francia lo sa.

Movida Parigi

Dentro la Fiera

Poi entri nei padiglioni.

C’è l’area Be No – il mondo del senza alcool e delle alternative, sans alcool/nouvelles alternatives, per una consumazione durable et soucieuse de la santé – che rispetto a due edizioni precedenti ha raddoppiato il numero degli espositori. Mi sono lanciata, con spirito quasi antropologico, in una maratona di assaggi: trentasei, uno dietro l’altro (tanto non c’è alcool). Tra aziende spagnole, tedesche, francesi italiane e altre ancora, dal succo di mela frizzante a sentori meno identificabili (alcuni decisamente poco piacevoli), ho sentito di tutto e ho cercato di capire cosa stia davvero accadendo nel bicchiere e, soprattutto, fuori. È un universo che parla un linguaggio diverso, che cerca empatia, inclusione, nuove abitudini. Non sempre convince, ma esiste. E cresce.
Con animo contrito (dal latino stritolato), mi sono arresa e sono andata oltre.

Pochi passi più in là, l’atmosfera cambia completamente.

Be Spirits è un successone. È energia pura: giovani, musica, cocktail shakerati con destrezza, un clima leggero e inclusivo. Qui si ride di più, si fotografa di più, si sperimenta senza troppi formalismi. Difficile non cogliere il paradosso col mondo dei no alcool, sostenuto da proclami sbandierati verso un consumatore sempre più orientato – o spinto – al salutismo, che però vede nel solo vino il suo nemico, mentre il superalcolico, sotto qualunque forma, ne è dispensato come fosse il fratellino impertinente al quale tutto è permesso.

Eppure è proprio questa convivenza a raccontare il momento che il settore sta vivendo.

Il cuore vino

E finalmente eccolo qui, il cuore della fiera dedicato ai vini tradizionali.
Il padiglione centrale è un mosaico di stand colorati, conversazioni fitte, degustazioni che si susseguono con disciplina quasi militare. Non ci sono assalti scomposti: siamo professionisti, dopotutto. Si passa da banchi affollati a produttori solitari che scorrono il telefono in attesa del prossimo appuntamento. Scene già viste, il film di ogni grande fiera. Ma qui con una regia diversa.
Rispetto al padiglione precedente si percepisce la differenza tra l’atmosfera giocosa e curiosa del primo conto quella ancora paludata e formale del secondo.

Di Italia ce n’è un po’ ovunque.
Si percepisce presenza, determinazione, voglia di esserci. I Franciacortini presidiano con eleganza, le regioni si raccontano con accenti diversi, qualcuno mormora che l’anno prossimo potrebbe cambiare la geografia dei padiglioni: l’Italia potrebbe essere riunita nel padiglione n°1 (che ancora non esiste), molto decentrato rispetto all’insieme dei padiglioni preesistenti. Sarebbe un bene? Un male? O solo un altro capitolo da scrivere? Ognuno ha la sua risposta.

I produttori sono stati forniti di una piattaforma digitale mediante la quale possono pianificare in anticipo la loro agenda di incontri B2B, ma la Fiera continua a crescere mentre i buyer no, in questo modo diventerà sempre più difficile l’equilibrio tra domanda e offerta. “La coperta è quella – ha detto il responsabile vendite di una grande azienda – se la tiri da una parte ti scopre dall’altra, ergo, più presenze aumentano, meno ce ne sarà per tutti”.
L’Italia con la sua offerta punta su identità, specificità, diversità del territorio. Ma non tutti i consumatori nei molti angoli del mondo sono così sensibili o disposti a “studiare” e non tutti i buyer a investire.

Il famoso (o famigerato?) Padiglione 2

E poi c’è lui, il discusso Padiglione 2, che sembra stato concepito all’ultimo minuto.

Soffitto dipinto a metà, non ci sono servizi e di spazi ristoro nemmeno a parlarne, atmosfera da backstage più che da passerella internazionale. Qualcuno lo definisce “sottoscala”, qualcun altro lo guarda con filosofia. Ospita etichette importanti, bollicine prestigiose, e convive – inaspettatamente – con il mondo dei dealcolati. Scelta simbolica? Coincidenza? Provocazione? Difficile dirlo.

Ma anche questo fa parte del racconto.

La sensazione finale

Wine Paris
Tra un corridoio e l’altro si colgono
entusiasmi, perplessità, speranze. C’è chi brinda soddisfatto e chi si interroga in silenzio. C’è chi vede opportunità e chi misura con prudenza. La fiera scorre così: fatta di incontri riusciti e di attese, di sorrisi veri e di strette di mano promettenti.
Più domande che risposte, forse.

Ma una certezza resta. Quando esci la sera e l’aria di febbraio pizzica appena il viso, mentre le luci della città si riflettono sulla Senna, capisci perché, alla fine, tutti lo ripetono: Parigi val bene una fiera.

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