Da mesi la parola “dazi” ha monopolizzato i discorsi degli addetti ai lavori del mondo del vino. Le ipotesi più schizofreniche, non hanno permesso serie analisi su quanto sta realmente accadendo nel mondo del vino al di fuori dei dazi verso gli Usa.
Certo, i dazi al 15% che il comparto del vino italiano dovrà affrontare per esportare in Usa sono un bel problema. Colpiscono un fatturato di quasi 2 miliardi di euro, che rappresenta quasi un quarto dell’intero export, che è di poco più di 8 miliardi, e una percentuale importante di tutto il settore, che arriva a 15 miliardi più o meno. Però, se si riuscisse a “congelare” quel 15% evitando che poi importatori, distributori ed esercenti finali non lo ricaricassero nei tre passaggi che spesso esistono in molti degli Stati degli Usa, il problema sarebbe più semplice da affrontare. Resterebbe il 15% del prezzo franco cantina al cliente finale.
Gli addetti ai lavoro statunitensi, nella fattispecie la Toasts Not Tariffs Coalition, che rappresenta oltre 50 associazioni statunitensi coinvolte nel business del wine & spirit, ha inviato una lettera al Presidente Trump chiedendo che gli Stati Uniti e l’Unione Europea raggiungano un accordo per “garantire un commercio equo e reciproco per alcolici e vino”. La frase finale è significativa: “Mr. President, we need toasts, not tariffs, as we head into the most important season for our industry. As part of your America First Trade Policy, we seek your leadership to secure fair and reciprocal tariff-free trade for U.S. and EU spirits and wines as soon as possible”. (“Signor Presidente, abbiamo bisogno di brindisi, non di dazi doganali, mentre ci avviciniamo alla stagione più importante per il nostro settore. Nell’ambito della sua politica commerciale America First, chiediamo la sua leadership per garantire il più presto possibile un commercio equo e reciproco senza dazi doganali per i distillati e i vini statunitensi e dell’Unione Europea”.)
In attesa di vedere cosa accadrà, si potrebbero imbastire trattative con i diversi player del mercato statunitense, non si sa mai. Poi, andrebbero analizzate le situazioni che coinvolgono gli altri Paesi esportatori al di fuori dell’UE. L’Argentina e l’Australia, per esempio, hanno per ora dazi al 10%., perciò la competitività dei nostri vini “paga” solo un 5% di sovrapprezzo. Tanto? Poco? Di certo non è un bene, ma il male sembra contenuto.
Disaffezione generale al consumo del vino
L’aspetto anche più preoccupante sta nella disaffezione generale al consumo di vino, in presenza di una produzione che, almeno da noi, non cala di molto. Ipotizzare che questo porterà a un crollo dei prezzi non è del tutto peregrino. Con conseguente calo dei valori dei terreni e dei fabbricati, che sarebbe un bel guaio.
Forse sarebbe il caso che chi di dovere cominci a porsi il problema di come affrontare situazioni del genere. Contenere le produzioni di uva? Espiantare? Distillare? Tutte ipotesi da analizzare, e anche velocemente. In Francia hanno fatto dei passi in questo senso, noi siamo ancora ai preliminari.
Per riconquistare consumatori, poi, oltre che evitare una comunicazione aulica e ingessata, va fatta un’analisi dei prezzi e dei ricarichi operati da Horeca e GDO. Prezzi già in etichetta come per i libri? Anche questa è un’ipotesi, ovviamente. Teniamo presente che con l’inflazione degli anni passati, il potere d’acquisto in Italia è calato in modo sensibile per le classi medie. Chi poteva permettersi ogni tanto una bottiglia abbastanza costosa, da 20 o 30 euro, ora non può più farlo.
Se mettiamo insieme tutto questo, vediamo che le questioni sul tavolo sono molte e non vedo bacchette magiche in giro. È la fine di un ciclo? Forse sì, anche se spero di no. Però la situazione è davvero complicata.



