E poi ancora sottozone, innovazione e conoscenza: come armonizzare tutto ciò? Quello che Riccardo Viscardi vuole affrontare in questo articolo è un discorso un po’ tecnico, ma speriamo che sia comprensibile e interessante anche per i non addetti ai lavori, in quanto offre uno spaccato importante sul futuro di stili e filosofie produttive dei vini italiani in ogni territorio.
I territori storici e più affermati stanno vivendo un momento di trasformazione dovuto a due influenze convergenti: la prima dettata dal mercato, che sembra preferire vini meno tannici e dalla trama più lieve; la seconda da una maggiore conoscenza scientifica sui vitigni, coadiuvata da una tecnica ben supportata da strumenti enologici di alta qualità in cantina, che permettono di avere estrazioni migliori dalle bucce e maggior tutele dei profumi. Nascono così vini migliori.
Tuttavia estremizzare questi concetti porta ad alcune criticità interpretative degli areali. Si vengono a intaccare alcuni requisiti della riconoscibilità territoriale delle specifiche denominazioni quando addirittura non si sconfina in altre denominazioni che utilizzano lo stesso vitigno o lo stesso blend.
Un incontro costruttivo
In un caldo ferragosto, ci siamo confrontati su questo argomento con un grande professionista, che ha portato al successo innumerevoli aziende fin dagli anni Novanta. Abbiamo scambiato opinioni sul territorio di Montalcino, quindi vino da monovitigno con riferimenti storici e sottozone ben conosciute e (fino ad ora) con caratteristiche gustative decisamente codificate.
La nostra attenzione si è focalizzata sulla sterrata che porta da Castelnuovo dell’Abate a Sant’Angelo in Colle, comunemente chiamata zona di Sesta (ma attenti a non fare confusione: esiste anche un’azienda con lo stesso nome). Tralasciando le differenze anche importanti all’interno della sottozona, sono assodate alcune caratteristiche peculiari: una tendenza salata alla gustativa, una quota tannica elegante e ben integrata, l’olfatto che sebbene ancorato a profumi di frutta rossa e ciliegie nere ha nelle spezie gialle la sua nota riconoscibile (questo aspetto classico è influenzato dal tipo di vinificazione).
Il focus della chiacchierata
Il discrimine e punto focale del confronto è stato: nuove vinificazioni e nuove decisioni in fermentazione, oltre magari a cloni e tempi vendemmiali diversi, quanto possono far discostare dai parametri fin qui menzionati?
Il produttore deve o non deve sottostare alla prassi riconosciuta delle caratteristiche della sottozona?
Se la sua ricerca lo porta a far sì che il vino, sempre restando nel canone olfattivo del Brunello di Montalcino, diventa troppo simile a uno della sottozona Montosoli o delle Cerbaie occidentali o delle zone più alte della denominazione, nella texture o nella definizione gustativa come deve essere considerato? Un salto nel buio e nella confusione o un’innovativa interpretazione? Stile aziendale?
Una cosa è chiara: questa situazione scompagina totalmente la lettura di tutto il territorio. Voglio ricordare che stiamo parlando di texture, non biecamente di super estratti o vini inchiodati sul tannino.
Voi che cosa ne pensate?
Su questo tema mi piacerebbe conoscere le idee dei nostri lettori, la vostra posizione e quella dei produttori stessi.
Personalmente ritengo che un’attinenza alla texture della sottozona sia auspicabile, magari limandone qualche ruvidezza ma non eliminando totalmente e in giovane età un grip nel centro bocca che ha fatto la fortuna di Montalcino nel mondo.
Gettato il sasso aspetto i vostri commenti.
A scanso di equivoci, il vino al centro della chiacchierata è uno dei più apprezzati della denominazione. Ma il discorso non è limitato al Brunello di Montalcino. Lo stesso tema si potrebbe affrontare nella zona della Valpolicella, nelle Langhe o in altri territori.




2 commenti
Penso che Viscardi sia il genio della sintesi incarnando perfettamente il mio pensiero.
Olga Peluso Centolani
grazie per le belle parole, e sopratutto per la condivisione del concetto..