Wine Paris non è più una promessa. È una realtà consolidata del vino mondiale. La fiera internazionale che si è tenuta dal 9 all’11 febbraio all’Expo di Parigi cresce in dimensioni, credibilità e peso strategico. Qui il vino parla tutte le lingue e il networking diventa strumento concreto di lavoro. Ma è davvero tutto così perfetto, soprattutto dal punto di vista italiano?
Dall’inviata Chiara Giannotti.
Tra calici, incontri e visioni internazionali, la fiera parigina Wine Paris si è ormai affermata come uno degli appuntamenti più rilevanti del calendario mondiale del vino. Ma al di là dell’entusiasmo generale, è interessante domandarsi: è davvero tutto così perfetto, soprattutto dal punto di vista italiano?
I numeri che contano
I dati parlano chiaro. Wine Paris ha accolto 63.541 professionisti, importatori, buyer e operatori, provenienti da 169 mercati, confermandosi come una delle piattaforme più internazionali oggi disponibili per il settore vitivinicolo. A questo si aggiunge una presenza espositiva di assoluto rilievo: 6.537 espositori da 63 Paesi.
Qui, letteralmente, si può assaggiare il mondo. La varietà dell’offerta è ampia e trasversale, con cantine provenienti da ogni continente e una selezione di etichette che include anche nomi rari e di altissimo profilo.
Protagonista la Francia
La Francia, ovviamente, domina la scena. Ma lo fa con grande stile ed efficacia. Le cantine francesi convincono per qualità dell’organizzazione e compattezza di comunicazione. I territori sono messi in scena con chiarezza, ordine e forte identità: il visitatore capisce immediatamente dove si trova e cosa sta degustando. Un modello di lettura territoriale utile e replicabile.
Italia in grande crescita
Accanto alla Francia, troviamo però un’Italia in fortissima crescita che mostra segnali molto positivi. In questa edizione si è registrato un incremento di circa il 30% delle aziende italiane, con circa 1.350 cantine presenti. Una crescita significativa, che ha portato a una distribuzione su più padiglioni, con uno spazio espositivo principale collocato in posizione strategica, proprio di fronte all’ingresso Vip e Stampa.
Un segnale chiaro: l’Italia crede sempre di più in Wine Paris come piattaforma di posizionamento internazionale.

Che cosa ci piace di più?
Ordine, rispetto e qualità delle relazioni è uno degli aspetti più apprezzabili. È una fiera dell’ordine e dell’educazione. Pochi sovraffollamenti, appuntamenti in gran parte rispettati e un’accoglienza cordiale diffusa. Un contesto che permette di lavorare con grande serenità e rispetto, non sempre scontati in altre grandi fiere internazionali.
Il networking è il vero valore aggiunto. Se si arriva preparati, Wine Paris è un acceleratore potente di contatti di qualità. Meno fronzoli, meno mondanità fine a sé stessa, più conversazioni concrete, orientate al business. È una fiera che premia chi ha obiettivi chiari e una strategia ben definita.
Un osservatorio privilegiato
È inoltre un osservatorio privilegiato sulle tendenze emergenti del settore. Wine Paris non è solo una fiera. È una fotografia molto chiara di dove sta andando il vino. L’evento guarda al mercato prima ancora che al prodotto, e questo oggi fa la differenza. Non a caso, grande attenzione è stata riservata a settori complementari e alternativi, come No-Low Alcohol e Spirits, molto frequentati, oltre a soluzioni e servizi trasversali alla filiera.
Criticità da migliorare
Anche qui, però, qualche limite emerge: vediamo qualche criticità che si potrebbe migliorare.
La fiera è molto grande e dispersiva. Senza una pianificazione accurata, si rischia di camminare per ore e portare a casa poco. La segnaletica interna non sempre aiuta: senza uno studio preventivo della mappa, alcuni padiglioni possono trasformarsi in un vero labirinto.
Alcuni spazi risultano angusti o arrangiati, come il Padiglione 2.1, che nel primo giorno ha registrato anche problemi di temperatura, portando non pochi disagi ad espositori e visitatori. Un effetto collaterale della crescita rapidissima dell’evento, che ha visto esplodere la domanda di partecipazione.
L’Italia non è poi così presa d’assalto, molti visitatori al Wine Paris prediligono la Francia, frequentatissima, Spirits, zone lontane o cantine normalmente difficili da trovare. Fa ben sperare però che questo stesso pubblico la lasci da parte sapendo di partecipare all’immancabile Vinitaly poco più di un mese dopo.
Meno emozione, più pragmatismo
Chi cerca storytelling, poesia ed esperienza immersiva potrebbe restare parzialmente deluso. Wine Paris è una fiera tecnica, concreta con meno intrattenimento, meno effetti speciali e più sostanza.
Un pregio o un difetto? Dipende da cosa si cerca.
Fondamentale: non è una fiera per l’improvvisazione.
Senza appuntamenti fissati in anticipo, si rischia di subirla, non di guidarla. Da visitatori si può essere rimbalzati come una pallina da ping pong, da espositori invece puoi restare in attesa del nulla.
Più che una fiera dell’avanscoperta, è una fiera del consolidamento, dove tutto deve essere pianificato a monte per evitare di fare un buco nell’acqua. Un approccio che, in fondo, riflette un trend sempre più diffuso nel panorama fieristico internazionale.
Wine Paris non è la fiera del sogno. È la fiera della strategia. E chi la affronta con metodo, ne esce rafforzato.





