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Alcol e salute: il rischio e l’importanza della dose

Alcol e salute

Si leggono e si sentono tante cose sull’impatto dell’alcol sulla salute umana ed è vero che l’etanolo (l’alcol etilico) sia cancerogeno. Ma a seguito di una conversazione con il professor Fulvio Ursini, dell’Università di Padova, Stefania Vinciguerra ha capito che il ruolo della dose, delle modalità di consumo e delle caratteristiche personali sono essenziali per inquadrare il problema nella giusta prospettiva.

Alcol ed etanolo: cosa dice davvero la scienza sul rischio di cancro

Alcol ed etanolo non sono sinonimi: chimicamente l’etanolo è un alcol, più precisamente alcol etilico, la sostanza presente in tutte le bevande alcoliche. L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) lo classifica come carcinogeno di Gruppo 1, cioè una sostanza per la quale esistono prove solide di un ruolo causale nello sviluppo di alcuni tumori nell’essere umano.

Detto così, però, il messaggio rischia di essere più semplice della realtà. Il punto chiave è uno: la relazione tra etanolo e salute – incluso il cancro – dipende unicamente dalla dose.

Bere troppo fa male, su questo non ci sono dubbi

Un consumo elevato o prolungato di alcol (l’etanolo) è chiaramente associato a un aumento del rischio di diversi tumori, tra cui quelli di bocca, gola, esofago, fegato, colon-retto e mammella. Su questo la comunità scientifica è concorde.

In questi casi, l’etanolo e più precisamente solo il suo metabolita, l’acetaldeide, possono danneggiare il DNA e favorire i processi che portano alla trasformazione delle cellule sane in cellule tumorali.

Il consumo moderato: un quadro più complesso

Quando però si passa dal bere “troppo” al bere poco o moderatamente, lo scenario cambia e diventa più articolato.

Molti studi osservazionali mostrano una relazione cosiddetta “a J” tra consumo di alcol etilico e mortalità totale:

  • i forti bevitori stanno peggio,
  • ma anche gli astemi, in media, non sempre mostrano gli esiti migliori,
  • mentre chi consuma piccole quantità di alcol tende spesso ad avere una mortalità per tutte le cause più bassa.

Alcune ricerche hanno osservato persino una minore incidenza di alcuni tumori specifici (come rene o tiroide) nei bevitori leggeri, anche se questi dati vanno interpretati con cautela, come tutti i dati epidemiologici e non riferiti al meccanismo molecolare.

Perché la “dose” è importante

Dal punto di vista scientifico, l’etanolo può essere considerato una causa “componente” del cancro:

  • a dosi elevate contribuisce alla cancerogenesi;
  • a dosi basse, invece, non è necessariamente sufficiente da solo a innescare il processo.

L’organismo, infatti, possiede sistemi di difesa capaci di metabolizzare l’etanolo e riparare i danni cellulari. In molti individui, questi meccanismi sono sufficienti quando l’esposizione è limitata (e sembra avere anche una efficacia protettiva).

Non tutti reagiamo allo stesso modo

Un altro aspetto fondamentale è che il rischio non è uguale per tutti. Conta molto:

  • la genetica,
  • il sesso,
  • la modalità di consumo (bere poco e regolarmente non è come concentrare grandi quantità),
  • il tipo di bevanda alcolica (è diverso se parliamo di vino bevuto con moderazione durante un pasto o di un superalcolico a digiuno),
  • lo stato di salute generale,
  • lo stile di vita (alimentazione, attività fisica, fumo).

Per questo motivo, i messaggi di sanità pubblica che affermano che “non esiste una dose sicura di alcol” si riferiscono in modo specifico al rischio oncologico, considerato isolatamente.
Quando invece si valutano tutti gli esiti di salute nel loro insieme, diversi studi suggeriscono che un consumo moderato possa essere associato a un miglioramento della salute generale.

Un numero poco citato: il “Number Needed to Harm” (NNH)

Un concetto epidemiologico raramente spiegato al grande pubblico è quello di Number Needed to Harm (NNH), cioè il numero di persone che devono essere esposte a un fattore di rischio affinché si osservi un danno aggiuntivo. Si tratta di uno strumento puramente statistico, utile per distinguere tra rischio teorico e impatto reale su una popolazione.

Prendiamo l’esempio spesso citato del rapporto tra etanolo e cancro della mammella. Alla domanda “l’alcol causa il tumore al seno?”, la risposta scientificamente corretta è : esiste un aumento del rischio relativo. Tuttavia, quando si passa dal rischio relativo al rischio assoluto, il quadro cambia sensibilmente.

Nelle donne tra i 40 e i 50 anni, le stime epidemiologiche indicano che per osservare un solo caso aggiuntivo di tumore mammario, sarebbe necessario che circa 1.700 donne astemie iniziassero a bere (moderatamente) per dieci anni. In altre parole, per 1 donna che sviluppa un tumore in più, per 1.699 donne il bere o il non bere non avrebbe fatto alcuna differenza sul piano oncologico.

Questo non significa negare il rischio, ma contestualizzarlo: i numeri vanno interpretati, non usati per generare paura. Anche perché, nella stessa popolazione femminile, diversi studi mostrano una riduzione del rischio cardiovascolare associata a un consumo moderato di alcol, soprattutto quando il vino è assunto durante i pasti.
Come spesso accade in medicina, non esiste una risposta valida per tutti: comprendere i dati permette a ciascuno di fare le proprie valutazioni in modo informato, senza semplificazioni né allarmismi.

Come va inteso, allora, l’etanolo?

Alla luce delle evidenze disponibili, l’etanolo dovrebbe essere considerato:

  • un carcinogeno a dosi elevate,
  • un fattore di rischio inserito in percorsi causali complessi,
  • un elemento il cui impatto dipende da quantità, durata e caratteristiche individuali.

Dire semplicemente che “l’alcol provoca il cancro” senza ulteriori precisazioni rischia di semplificare troppo una realtà scientifica sfumata. Allo stesso tempo, ignorarne il ruolo causale (almeno in termini prudenziali) in caso di consumo eccessivo sarebbe altrettanto scorretto.

Una comunicazione equilibrata, sensibile alla dose, è essenziale per rispettare la scienza e aiutare le persone a fare scelte informate.

La vignetta utilizzata per l’apertura è di Yulchiboev Muzaffar, “Contract”, tratta dal concorso di (eno)satira Spirito di Vino, edizione 2018, categoria Under 35, organizzato dal Movimento Turismo del Vino Friuli Venezia Giulia.

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2 commenti

luca 5 Gennaio 2026 at 11:16

Articolo chiaro, esaustivo e condivisibile. Rimene però aperto il problema dose. La dose come va quantificata (quantità e gradazione pari sono ad esempio, o stessa quantità per un passito e un lambrusco)? E se si trattasse di un solo bicchiere a pasto di vino rosso (bicchiere capiente quanto?) come sarebbe possibile, che so, aprire una bottiglia di Sassicaia, anche in coppia, se poi la sera si saltasse il pasto e il giorno dopo si fosse in ufficio e alla sera successiva in tavola ci fosse solo pesce e insalatina?

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Giuseppe 12 Gennaio 2026 at 19:37

Per me non ha piu` senso continuare a “cercare la dose giornaliera” o misure simili.
Riflettiamo piuttosto sul fatto che la salute complessiva di un individuo non e’ solo una questione fisica ma comprende anche “l’anima e lo spirito”.
Si beve per il piacere che questo ci regala, il gusto, la convivialita` che si crea intorno a una bottiglia, la storia e il simbolismo che racchiude e mille altri motivi.
Anche le polveri sottili sono cancerogene ma continuiamo a vivere anche nelle zone peggiori (bacino Padano).
Personalmente io, nonostante sono consapevole che l’alcol faccia male a qualunque dose, continuo a bere perche’ ritengo i benefici complessivi che ne trae la mia vita decisamente superiori ai rischi

Prosit

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