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Finalmente

Viniveri 2022 ha tenuto a battesimo il manifesto La forma e la sostanza, le luci e le ombre, in cui due big dei cosiddetti vini naturali, Paolo Vodopivec e Sandro Sangiorgi, stigmatizzano quei difetti e quelle imperfezioni tecniche che per molti sono giustificate dalla genuinità del vino. Finalmente anche loro, come noi facciamo da anni, dichiarano pubblicamente che la competenza tecnica serve per fare il vino buono.

Paolo Vodopivec, presidente del Consorzio Viniveri e bravissimo produttore sul Carso, e Sandro Sangiorgi, che da molti anni commenta il mondo dei cosiddetti “vini naturali”, hanno pubblicato a doppia firma un manifesto che vuole fare chiarezza su molti e fondamentali punti e che pubblichiamo integralmente qui sotto. Finalmente si dicono parole serie e del tutto condivisibili su alcuni aspetti della produzione di vino e l’unico commento che c’è da fare è che condividiamo pienamente il loro punto di vista, come del resto sa chi segue DoctorWine

Il prossimo passo potrebbe essere quello di realizzare un protocollo condiviso che possa poi persino divenire una legge dello Stato, perché i consumatori hanno il diritto di sapere cosa c’è dietro le definizioni e che ciò che viene dichiarato poi venga effettivamente fatto e controllato. Credo che sarebbe molto positivo anche per dei produttori le cui intenzioni su temi come l’ecosostenibilità e la maggiore salubrità possibile dei loro vini sono serie e giuste, e non aggiungo altro se non la parola finalmente.

LA FORMA E LA SOSTANZA, LE LUCI E LE OMBRE

Molti produttori si stanno pericolosamente abituando a imperfezioni tecniche, più o meno gravi, considerandole peccati veniali o, ancora peggio, aspetti caratteristici dei propri vini – e sovente anche di quelli dei colleghi. Sentivo che sarebbe accaduto, tuttavia  ho evitato accuratamente di crederci: dal mostruoso equivoco delle cantine convenzionali che firmavano appelli per sottolineare l’indispensabilità della chimica e della biotecnologia per definire vino il fermentato del mosto d’uva, stiamo passando al paradosso mostruoso di chi considera la competenza tecnica un ostacolo alla realizzazione del liquido odoroso, quasi che meno si sa e meglio si riesce.
C’è un lassismo del tutto immotivato nei confronti della relazione tra forma e sostanza, c’è una diffusa indulgenza che sdogana liquidi imbevibili. Una questione fondamentale è  non scindere mai i concetti di forma e sostanza, non cedere alla banale esteriorità ma, nello stesso tempo, non cadere nella trappola della genuinità come unico riferimento qualitativo. Se ci s’impegna in un’attività nella quale contano, insieme alla tecnica agronomica e al lavoro di campagna, spiritualità, educazione, pratiche manuali, capacità di osservazione e confronto col pubblico, non si può pensare a priori di far prevalere una delle due entità, la forma o la sostanza, nel lavoro è doveroso perseguire una bellezza completa.
Esiste un problema di percezione e riconoscimento della qualità, aspetto da non confondere mai con la genuinità. Quest’ultima è parte fondante di un vino buono, tuttavia l’espressione «al vino non è stato fatto nulla», che giustifica puzze e instabilità, rivela quanto si sia lontani dall’etica di forma e sostanza. Il vino è una bevanda di piacere, dunque è contenuto e contenitore, carne e respiro, sangue e nervi, accoglienza e complessità, sogno e riflessione.
Oltre che imparare a vinificare, maturare e affinare il frutto del proprio lavoro agricolo, diventa ineludibile educarsi alla degustazione, in modo da coltivare un senso di bellezza che elevi e non appiattisca tanto sforzo. Sembra incredibile, ma se i vini convenzionali hanno negato e stanno negando la restituzione del luogo, molti vini naturali la nascondono o la confondono tra le maglie di infezioni endemiche, grossolane riduzioni e un’inconcepibile mancanza di custodia.

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