A Firenze, una degustazione che dimostra come il calice possa ridefinire completamente la percezione del vino. Ne parla Francesca Granelli.
Nel cuore di Firenze, negli spazi di Enoteca Pinchiorri, la teoria diventa pratica. La degustazione guidata da Maximilian Riedel non si limita a raccontare il vino: lo mette alla prova, lo espone a variabili che normalmente restano invisibili, prima fra tutte la forma del calice.
Il risultato è un’esperienza che non lascia spazio a interpretazioni “romantiche”, almeno non soltanto a queste: qui si parla di precisione, di fisica del gusto, di controllo della percezione.
Il calice come variabile tecnica

La degustazione si sviluppa attraverso l’utilizzo di diverse linee firmate Riedel, ciascuna progettata per interagire con specifiche tipologie di vino. Sebbene l’estetica giochi un ruolo molto importante, non si tratta solo di questo. La chiameremo piuttosto ingegneria sensoriale: ogni curva, ogni apertura, ogni volume modifica il comportamento del vino nel bicchiere e, di conseguenza, in bocca.
Il punto non è più se il bicchiere influenzi il vino… ma quanto.
I vini: traiettorie diverse, stesso principio
L’apertura è affidata a Dom Pérignon Oenothèque 1996, servito nel Fatto a Mano Black Tie Champagner. Il risultato è uno Champagne che non punta sull’esuberanza aromatica, ma su una progressione continua, quasi silenziosa: materia fine, sviluppo lungo, energia ancora ben presente. Il calice accompagna questa impostazione, mantenendo il vino compatto e focalizzato.
Il Ried Loibenberg Grüner Veltliner Smaragd 2021 Weingut Knoll nel Winewings Riesling cambia registro e gioca definizione con un profilo netto, senza deviazioni, con una trama che privilegia precisione e tensione. La sequenza prevede poi un emozionante Barbaresco 1985 Gaja, servito nel Riedel Manufaktur Pinot Noir. Complessità stratificata dove il calice favorisce un’apertura graduale. Emergono note terziarie, sostenuta da un sorso ancora vitale, agrumato, salino.
Un salto di qualche anno ci porta al Barbaresco Sorì Tildin 2021 Gaja servito nel Fatto a Mano Black Tie Bordeaux: chiarezza del frutto, note di sottobosco, freschezza e texture vellutata.
La chiusura trova nei calici un Opus One 1986 nel Riedel Manufaktur Cabernet. In questo caso il bicchiere lavora per integrazione: le componenti aromatiche si ricompongono in un insieme più coerente, smussando eventuali disomogeneità e restituendo un vino più equilibrato nella percezione complessiva.
Il servizio è completato dal Fatto a Mano Piccolo per l’acqua, coerente con un’impostazione in cui nulla è lasciato al caso.
Oltre la degustazione
Il menu ha sposato la sequenza di vini alla perfezione.

Complessivamente, ciò che emerge è che il calice non è un supporto neutro, è uno strumento attivo e a volte cambiare bicchiere significa anche cambiare il vino nella sua espressione, nella sua leggibilità, nella sua capacità di essere compreso.











