Firmato DoctorWine

Il cavallo di Troia

Apparentemente il “vino” dealcolato percorre una strada parallela rispetto al vino tradizionale. Ma siamo sicuri che un domani i colossi del beverage – gli unici che possono permettersi il costoso procedimento per dealcolare il vino - non provino a soppiantare il nostro amato vino?

Un regolamento dell’UE del 2 dicembre del 2021 consente di chiamare vini anche prodotti totalmente o parzialmente dealcolati, sdoganandoli dall’obbligo di avere almeno 8 gradi alcolici (9 gradi in regioni mediterranee) per poter essere definiti tali. I vari governi dovranno poi ratificarlo e quello italiano ancora non l’ha ancora fatto.

Di che si tratta in sostanza? Si tratta di consentire un procedimento molto invasivo atto a togliere da un vino la sua componente alcolica. Si ottiene con filtrazioni tangenziali e con l’uso di macchinari sofisticatissimi e costosi, del tutto improponibili per un produttore di media grandezza. Sarà comunque possibile produrli nel caso di vini senza alcuna denominazione, mentre per gli Igt, i Doc e i Docg, che prevedono per disciplinare una gradazione minima, sarebbe necessaria una variazione delle regole che dovrebbe essere votata dai produttori, nelle sedi consortili, ad esempio, e poi ratificata dalla Commissione per le Doc e dalla stessa UE.

È molto difficile che si arrivi a questo, a meno che, con specifici regolamenti, non si renda talmente conveniente quella produzione da invogliare innanzi tutto molti produttori a intraprenderla. Ci sono già esempi in questo senso, anche in Italia e per chi, per motivi vari, anche religiosi, non volesse o potesse consumare bevande alcoliche, sarebbe un’opzione praticabile, probabilmente.

Lo scenario però non è ancora completo. Se vi ricordate nei mesi passati da più parti c’è stato un vero e proprio attacco al vino e alle bevande alcoliche per motivi salutistici, anche da parte di commissioni dell’Unione Europea. Tutto questo potrebbe portare in un prossimo futuro a limitare, quando non a eliminare, i contributi europei assegnati per la promozione e l’esportazione, come gli Ocm (Organizzazione Comunitaria del Mercato). Se il vino fa male non si può promuoverlo, insomma. Però se il vino è dealcolato allora la cosa potrebbe cambiare. Non voglio fare il complottista, ma trovo singolare che due iniziative europee vadano nella stessa direzione, sorprendentemente.

Detto questo, non voglio sottovalutare i problemi legati all’abuso di alcol, ovviamente, ma solo dire che il combinato disposto di queste regolamentazioni a mio avviso rappresenta un cavallo di Troia che in prospettiva potrebbe mettere in difficoltà il comparto vitivinicolo e in discussione l’idea di vino che fa parte della nostra tradizione mediterranea e non solo. Vorrei sbagliarmi, ma ho paura che tra una ventina di anni grandi gruppi di beverage internazionali potrebbero avere nelle mani la produzione di vino dealcolato, ottenere fondi per la sua produzione e par la promozione, e, come in una legge di Gresham “liquida” (quella cioè che afferma l’assunto per cui “la moneta cattiva scaccia quella buona” ndr), scacciare in buona parte dal mercato quel vino che ci appassiona. E magari ci troveremo a fare i conti con Barolo o Brunello dealcolato, chissà?

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