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Quel Brunello del ‘64

Quel Brunello Riserva 1964 Biondi Santi

Una storia di passione, ingenuità e riscatto: l’inseguimento di un Brunello mitico finito in un brasato e ritrovato vent’anni dopo, per scoprire cosa significa davvero un grande vino.

All’inizio del 1978 ero alle prime armi con il vino. Frequentavo alcune enoteche romane – Buccone in via di Ripetta, Costantini a Piazza Cavour, Quadrozzi in via Ostiense – non solo per la selezione, ma anche perché facilmente raggiungibili con i mezzi. Così potevo tornare a casa carico di bottiglie senza troppa fatica.

Avevo 23 anni, pochi soldi e una passione crescente. Compravo vini a mille lire: Merlot e Cabernet di Bossi Fedrigotti, Barbera d’Alba Oddero, Chianti Classico Savignola Paolina ’76, annata difficile e prezzo basso. Già salivano i costi con il Rosso Col d’Orcia e il Barolo ’71 dei Fratelli Barale, il primo che abbia bevuto.

L’ossessione di una bottiglia

Ma da mesi adocchiavo una bottiglia diversa, costosissima. Un mito, celebrato da Veronelli e dagli esperti dell’epoca: Brunello di Montalcino Riserva ’64 di Biondi Santi. Costava ben 105 mila lire. Una follia: l’equivalente di centinaia di litri di benzina, o di mille biglietti del tram.

Erano anni complicati, tra austerity recente e tensioni sociali. Ma la passione è passione. Irrazionale, totalizzante. E io, che già scrivevo a Veronelli considerandolo un maestro, un punto di riferimento ideale, quasi come Weber, Croce o Marx, non sentivo ragioni. 

Il colpo di genio per comprarla 

Per comprarla inventai un lavoro. I miei avevano un negozio di mobili e convinsi alcuni commercianti a promuovere una linea di librerie componibili con un volantinaggio nei parcheggi romani.

Per due settimane con un gruppo di amici distribuimmo oltre centomila volantini. A tre lire per volantino. Io, che avevo organizzato tutto, trattenni qualcosa in più. Non era esattamente etico, ma avevo un obiettivo.

Il sogno finalmente realizzato

Quando ebbi i soldi in mano entrai trionfante da Quadrozzi e dissi con orgoglio: 

  • “Vorrei il Brunello di Montalcino Riserva ’64 di Biondi Santi”. 
  • “Ma lo sai quanto costa?” mi rispose sbalordito il commesso dandomi del “tu”.
  • “Lo so, lo so, non si preoccupi”. 

Prese la bottiglia con cura, la spolverò, la incartò e la inserì in un elegante tubo di cartoncino nero con l’etichetta del vino stampata sopra. Era lì da anni, invenduta. Non sorprende, con quel prezzo.

La portai a casa e la sistemai con attenzione, coricata, al buio.

Il sogno che finisce in cucina 

Vivevo ancora con i miei, e non potevo immaginare cosa sarebbe successo solo un paio di giorni dopo. La domenica successiva mia madre aveva ospiti. 

Presentò a tavola un sontuoso brasato di manzo al vino rosso e mi disse candidamente: “Ho usato quel vino vecchio che avevi portato a casa. Ho pensato che ormai si potesse usare solo per cucinare. Però sai che era ancora buono? Ho bevuto l’ultimo bicchiere cucinando”. 

Vent’anni dopo, la rivincita

quel brunello del 64 di Biondi SantiMi ci vollero vent’anni per berne finalmente una bottiglia.

Accadde a Montalcino, a casa di Franco Biondi Santi. Gli raccontai la storia e, forse impietosito, mi regalò una bottiglia di quella riserva dopo averne aperta una a pranzo.

Quella bottiglia l’ho bevuta solo qualche tempo fa, quando il suo valore era ormai salito a migliaia di euro.

Ma ce l’avevo, e l’ho aperta.

Scende nel bicchiere

Il tappo, sostituito nel 1997, si estrae senza difficoltà. Apro con qualche ora di anticipo, non il giorno prima come suggeriva Franco Biondi Santi, esagerando un po’, secondo me. Tappo perfetto, solo un pochino di tartrati che facevano quasi luccicare la parte che era a contatto con il vino. 

Non lo caraffo, lo servo in bicchieri di media ampiezza, quella da Sangiovese, con grande attenzione. Il finale è un pochino velato, ma ricordo che Franco Biondi Santi quello lo voleva per sé. “È la parte migliore, c’è tutta la sostanza del vino” diceva sempre. 

Il Brunello del Greppo 

La magìa dei grandi vini inizia quando scendono lentamente nel bicchiere e si sente il profumo nell’aria. Amarena sotto spirito, tabacco, forse lampone, poi goudron, note affumicate. Uno spettacolo. Così come il colore. Lievemente velato, è vero, ma di un granato vivo, luminoso, non certo concentrato, con l’unghia fra il rosa antico e l’arancione. 

Risento i profumi. Nel bicchiere sono più nitidi e precisi, ma ricalcano le sensazioni precedenti. Forse c’è qualche nota di viole essiccate, e qualche accenno appena balsamico. Non come nella Riserva del ’75, però. 

Assaggio. Subito mi colpisce una componente di acidità composta ma fresca, evidentissima, da vino molto più giovane. Fa quasi salivare, e accompagna la silhouette gustativa per tutto il suo percorso. Qualche accenno tannico, ma in secondo piano, e una persistenza sottile, elegantissima, agile e molto lunga. 

Quando un vino supera il vitigno 

Qualcuno direbbe che è l’identikit di un grande Sangiovese, invece no.

Non è Sangiovese, è Brunello del Greppo. 

Così come il La Tache non è Pinot Nero, è La Tache, diverso da Romanée Conti, diverso da Richebourg. A questo livello le definizioni non possono essere generiche.
Picasso non è “un cubista”. 

Certo, è “anche” Sangiovese, e all’epoca forse c’era un po’ di Canaiolo. Ora non si può più fare e al Greppo sono stati costretti a spiantare una ventina di viti di Canaiolo e di Colorino vecchie di mezzo secolo – che in autunno, per via delle foglie rosse e non gialle come il Sangiovese, “scrivevano” BS nel vigneto – perché tenerle sarebbe stato contrario al disciplinare di produzione. Ma lasciamo perdere.

Il tempo nel bicchiere

Torniamo al vino, che evolve lentamente nel bicchiere, come solo i grandissimi possono fare. Tabacco nero, qualche nota minerale, maggiore morbidezza. L’acidità si integra, si affina.

Alla fine, la sensazione è che il vino finisca troppo presto.
E la seconda bottiglia non c’è, maledizione. 

Centouno centesimi. Si può, si può.

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