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I Brunello anacronistici. Daniele Cernilli riflette sulla critica

Brunello Montalcino, vigneto zona Sesta

Un giovane critico definisce “anacronistici” i Brunello di Montalcino della zona sud, da Sesta a Sant’Angelo in Colle, accusandoli di essere troppo alcolici e corposi. Ma il vino, come l’arte, va interpretato, non piegato al gusto del momento. Daniele Cernilli riflette sul valore del territorio e sulla vera funzione della critica enologica.

Pensavo, sbagliando, di averne sentite abbastanza sul mondo del vino. Invece, di recente, durante una cena, un giovane critico ha definito “anacronistici” i Brunello della zona di Sesta e di Sant’Angelo in Colle — a suo dire troppo pesanti, alcolici e lontani dal suo modo d’intendere “il Sangiovese”.

Poi ha fatto i nomi: Banfi, Argiano, Col d’Orcia, il Tenuta Nuova di Giacomo Neri, Camigliano. In altre parole, i Brunello della zona meridionale di Montalcino, quelli che fanno del corpo, della potenza e di un carattere profondamente “territoriale” e “mediterraneo” la loro espressione più autentica e tipica. Logica, aggiungerei.

Secondo il nostro giovane critico, invece, “il buono” e il “preferibile” a Montalcino sarebbero altrove. Anche a Sesta, dice, ci sono produttori che si rapportano in maniera molto più apprezzabile e “in linea” con i suoi gusti – Giodo su tutti. Ora, Carlo Ferrini è un formidabile enologo, e siamo amici, davvero amici, da almeno quarant’anni. Apprezzo moltissimo i suoi vini e conosco bene il suo percorso. Forse non sono entusiasta del suo 2020 (Brunello, ovviamente), che comunque abbiamo premiato, ma il 2016, il 2019 e il 2021 che verrà sono vini semplicemente formidabili: rispettano l’origine e rappresentano l’annata.

Il 2020 è ottimo, ma non sembra un vino “di lì”. Piace, però, a qualche giovane critico che ne fa una sorta di icona. E poi tende a sottovalutare Banfi, Col d’Orcia, Argiano, Camigliano e Tenuta Nuova del ’16, del ’19 e del ’21, appiattendo il giudizio sul proprio gusto personale, senza provare a interpretare davvero.

È come se dicesse: “Se piace a me, è buono e contemporaneo”. E soprattutto, non è “anacronistico”, perché il “moderno andare del tempo” – a suo dire – va altrove. Con buona pace di origini, territori e tradizioni.

Il mio vecchio amico Umberto Contarello, che ha partecipato alla sceneggiatura de La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino (un film che ha vinto un Oscar), e che di critica – subendola – se ne intende, mi ha sempre detto che a lui piacciono poco quei critici, in questo caso cinematografici, che vorrebbero insegnare a sceneggiatori e registi cosa dovrebbero fare per realizzare un film che possa piacere a loro.

Molto meglio, dice, quelli che provano a interpretare l’intenzione artistica che è alla base di un’opera. Quella è la critica utile per il pubblico.

Nella storia della critica enologica, l’unico che è riuscito a rappresentare il proprio gusto personale, dando poi punteggi coerenti, è stato Robert Parker. Unico e irripetibile nel suo genere.

Non credo di dover aggiungere altro. A buon intenditor…

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2 commenti

Piero Filippo Luciani 17 Novembre 2025 at 10:46

Buon giorno,
non sono un critico bensì solo un appassionato di vini. Domenica 12 ottobre scorso, partecipando a Roma alla premiazione della guida Vini d’Italia del Gambero Rosso ho avuto modo di assaggiare, tra gli altri, il “Giodo” 2020, Brunello creatura di CARLO FERRINI e di sua figlia BIANCA. Che dire? Un ottimo vino, ma a mio modesto parere non rispecchia la mia idea di Brunello e del suo Sangiovese grosso. Per me molto sottile, esile nella sua eleganza, quasi etereo lo definirei. No, fermo restando l’ineccepibile qualità, propenderei per altri vini (sulla mia stessa onda di giudizio anche altri presenti alla degustazione del Gambero). A quel prezzo, credo che potrei scegliere altri Brunelli a me più confacenti. Poi che sia stato premiato dal Gambero come vino rosso dell’anno, bontà loro. Le guide sono fatte anche per essere confutate…

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Salvatore Esposito 17 Novembre 2025 at 12:23

Grazie di cuore Dottor Cernilli!!! Lei ha espresso in modo molto chiaro ciò che anche io sostengo da sempre anche perché mi sembra il modo più corretto di comunicare “vino” ossia rendere al cliente, come nel mio caso ,una fotografia che mostri, in modo intellettualmente onesto, il soggetto in questione, nel nostro caso il vino e senza mai intervenire con giudizi derivanti da gusti personali.
A me piace fare da “tramite” tra territorio e produttore da una parte ed il mio o miei interlocutori dall’altra, sotto i riflettori ci deve andare il vino, il territorio e non chi li comunica, un po’ più di umiltà renderebbe anche più simpatici..chiedo scusa se mi sono prolungato, spero di essere stato chiaro cercando di esprimere un pensiero che davvero mi sta a cuore. Grazie 🙏

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