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L’Oro di Paola Di Mauro

Paola Di Mauro, Daniele Cernilli e Stefania Vinciguerra

L’azienda agricola di Paola di Mauro a Colle Picchioni compie cinquant’anni. Ci saranno festeggiamenti e ricordi. Ma accanto a questi ultimi Daniele Cernilli vuole riproporre un racconto che scrisse nel 2014 e che ha leggermente rivisto, attualizzandolo un poco. Fu pubblicato ne I racconti (e i consigli) di DoctorWine, edito da Einaudi Stile Libero. Paola ci lasciò nel 2015, ma la sua “anima” resta fortemente legata a quell’avventura incredibile che fu la cantina di Colle Picchioni e i suoi vini.

L’incontro e un legame inatteso

Paola Di Mauro l’ho conosciuta nel settembre del 1979 e ricordo l’episodio come se fosse accaduto ieri. Avevo appena terminato la mia prima lezione sulla tecnica della degustazione, tenuta a un corso per sommelier a Roma, quando mi si avvicinò una signora elegantemente vestita che mi domandò: “Scusi, ma lei è per caso parente di Alfredo Cernilli?”. Io risposi subito: “Per caso, sono suo figlio”.

Non lo sapevo ancora, ma lei e mio padre erano stati compagni di classe all’Istituto Tecnico Commerciale Leonardo da Vinci di Roma per otto anni, dal 1931 al 1939; poi c’era stata la guerra, lei si era sposata e si erano persi di vista. Ma soprattutto non sapevo che stavo per acquisire una sorta di seconda madre che, oltretutto, produceva vino e cucinava come una grande chef.

Gli inizi difficili a Colle Picchioni

A quell’epoca era davvero alle prime armi come vignaiola. In realtà era una signora di buona famiglia, titolare di un’affermata attività commerciale, e Colle Picchioni, la sua piccola tenuta alle porte di Roma, era più una casa per le vacanze che un’azienda vitivinicola. A fare il vino c’era un vecchio contadino incapace di ottenere qualcosa che non somigliasse all’aceto per condire l’insalata.

Lei non ne poteva più e un giorno gli disse: “Se questo è il vino che riesce a fare, allora preferisco provarci da me, tanto peggio di così…”. Coinvolse la fidata Bianca, una colf mantovana capace di smontare un tir in un paio d’ore, si munì di libri e manuali e il vino lo fece davvero. Molto più buono di quello del contadino.

La svolta: studio e incontri decisivi

Suo marito Enrico, che ci ha lasciato parecchi anni fa alla bella età di 95 anni, si preoccupò seriamente: “Ma come, sei quasi astemia, ti sei sempre occupata di ferramenta, adesso spiegami cosa c’entra mettersi a fare vino. Oltretutto spendi un sacco di soldi e poi è troppo: bisogna venderlo. Ti rendi conto?”.

La sua presenza al corso per sommelier era dovuta proprio al fatto che si rendeva conto di non saper neanche assaggiare il vino. E poi quel corso era frequentato da enotecari e ristoratori: faceva lezione Marco Trimani, famoso vinattiere romano, c’era Severino Severini, ristoratore stellato Michelin. Insomma, imparava qualcosa sul vino e rischiava anche di vendere quello che produceva.

L’ascesa nel mondo del vino

Io mi imbattei in questa situazione e ne rimasi, ovviamente, coinvolto. Iniziai a frequentare Colle Picchioni, assaggiavo i vini, davo consigli, ma soprattutto cercai di convincerla a utilizzare un consulente enologico. Era in contatto con il professor Michele Palieri, preside dell’Istituto Sperimentale per l’Enologia di Velletri, ma era più uno studioso che un enologo operativo.

Così le feci conoscere Giorgio Grai, leggendario winemaker altoatesino, e i vini cominciarono a diventare ottimi. Le presentai anche Gino Veronelli, che rimase incantato da quella donna così energica e determinata, oltre che eccellente cuoca.

Un personaggio fuori dal comune

In un paio d’anni, quella signora della buona borghesia cittadina si era trasformata in uno dei personaggi più carismatici e noti del piccolo mondo della vitienologia nazionale. Conobbe ristoratori e giornalisti di tutto il mondo, sbarcò negli Stati Uniti e dopo una settimana il New York Times le dedicò un articolo di mezza pagina, risultato che neanche Angelo Gaja era riuscito a ottenere.

Emanuela Audisio, una delle più brillanti giornaliste italiane, scrisse quattro grandi ritratti di produttori di vino su la Repubblica: Piero Antinori, Angelo Gaja, Silvio Jermann e, sorprendentemente, Paola Di Mauro. Segno evidente di una personalità fuori dal comune.

Gli anni della maturità

Paola Di Mauro Colle PicchioniA metà degli anni Novanta, dopo aver compiuto settant’anni, suo figlio Armando poté “tentare” di darle una mano e per un periodo ci fu una convivenza piuttosto dialettica tra i due. Nacquero nuovi vini, come Le Vignole, un bianco importante in parte maturato in legno, e il Marino Selezione Oro, poi diventato Donna Paola.

La cantina divenne un punto di riferimento imprescindibile per i vini dei Castelli Romani. Al posto di Giorgio Grai arrivò Riccardo Cotarella, che più che un enologo divenne un amico e consigliere, tanto da non farsi neanche pagare: “Per Paola Di Mauro questo e altro”, diceva.

L’eredità

Paola è mancata nel 2015, a più di novant’anni. Da tempo non metteva più piede in cantina. Si limitava ad annusare i vini che faceva — e fa ancora benissimo — suo nipote Valerio, con il retropensiero, ne sono certo, che i suoi fossero tutta un’altra cosa.

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