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Vitigni resistenti e varietà dimenticate: nuova tendenza in Francia

Vitigni resistenti e varietà dimenticate in Francia

Cosa sta cambiando nei vigneti francesi? Tra vitigni resistenti, varietà dimenticate e vecchi ibridi, alcuni vignaioli francesi stanno rimettendo in discussione il patrimonio varietale tradizionale. Un fenomeno raccontato da Le Figaro che apre una domanda inevitabile: e in Italia? Ce ne parla Stefania Vinciguerra.

Nei vigneti francesi stanno comparendo nomi che fino a pochi anni fa nessuno avrebbe immaginato di leggere su un’etichetta: Floréal, Voltis, Artaban, Vidoc. Non sono nuovi marchi di vino, ma vitigni.

Secondo un recente articolo pubblicato da Le Figaro, sempre più vignaioli francesi stanno iniziando a piantare varietà sconosciute o dimenticate, tra vitigni resistenti, antiche varietà recuperate e persino ibridi un tempo proibiti. Più che una curiosità ampelografica, è il segnale di una trasformazione che potrebbe incidere nel tempo su uno dei pilastri della viticoltura francese: il rapporto tra territorio e vitigni.

Alla base ci sono fattori molto concreti: il cambiamento climatico, la crescente pressione sulla riduzione dei fitofarmaci e la necessità di rendere i vigneti più sostenibili. Ma dietro queste scelte agronomiche si intravede anche una questione più profonda, che riguarda l’identità stessa del vino francese. 

La spinta dei vitigni resistenti

Il primo motore di questo cambiamento è rappresentato dai cosiddetti PiWi, i cépages résistants, varietà ottenute attraverso incroci tra Vitis vinifera e altre specie di vite naturalmente più resistenti alle malattie. Il loro obiettivo è ridurre drasticamente i trattamenti contro peronospora e oidio, due delle principali sfide della viticoltura europea. 

In un contesto in cui la pressione ambientale sull’uso dei pesticidi è sempre più forte – e in cui il clima rende più instabile l’equilibrio fitosanitario dei vigneti – molti ricercatori e produttori vedono nei resistenti una delle possibili risposte per il futuro della viticoltura.

Il ritorno delle varietà dimenticate

Accanto ai nuovi incroci si sta sviluppando anche un altro fenomeno: il recupero dei cosiddetti cépages oubliés, i vitigni dimenticati.

Dopo la crisi della fillossera alla fine dell’Ottocento, il patrimonio varietale europeo si è progressivamente semplificato. Molte varietà locali sono state abbandonate a favore di un numero più ristretto di vitigni considerati più produttivi o più affidabili. Oggi però alcuni vignaioli e ricercatori stanno riscoprendo questo patrimonio accantonato. In regioni come il Sud-Ovest o il Languedoc sono state recuperate viti quasi scomparse, spesso ritrovate in vecchi vigneti o nei conservatori ampelografici.

Non si tratta solo di un’operazione di memoria storica: molte di queste varietà mostrano caratteristiche utili anche oggi, come buona adattabilità climatica, maturazioni tardive o profili aromatici originali.

Il tabù degli ibridi

Il terzo tema, più delicato, riguarda il possibile ritorno degli ibridi franco-americani.

Vitigni come Clinton o Noah furono vietati in Francia nel 1935, perché ritenuti qualitativamente inferiori e poco adatti agli standard della viticoltura europea. Per decenni sono rimasti ai margini del dibattito enologico. Oggi però alcuni produttori e ricercatori si chiedono se queste varietà – spesso molto rustiche e resistenti – non possano avere un ruolo in una viticoltura che deve ridurre sempre più i trattamenti.

Il tema resta controverso, perché tocca uno dei pilastri culturali della viticoltura francese: il primato della Vitis vinifera e dei vitigni storici.

Il nodo delle denominazioni

In realtà il vero problema non è solo agronomico, ma anche culturale.

La viticoltura francese si fonda sul sistema delle AOC, che lega strettamente territorio e varietà coltivate. Ogni denominazione stabilisce con precisione quali vitigni possono essere utilizzati. Questo rende qualsiasi innovazione varietale particolarmente delicata. Non è un caso che molti dei nuovi vitigni resistenti vengano coltivati soprattutto in IGP o Vin de France, categorie più flessibili rispetto alle denominazioni tradizionali.

La Francia si trova quindi di fronte a un paradosso: deve innovare per ragioni ambientali e climatiche, ma l’innovazione rischia di mettere in discussione uno dei fondamenti del suo modello vitivinicolo.

E l’Italia cosa succede?

Guardando all’Italia, la situazione appare diversa. Anche qui i vitigni resistenti stanno guadagnando spazio, soprattutto nelle regioni del nordest– Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Veneto – dove varietà come Solaris, Bronner, Johanniter, Fleurtai o Soreli sono già presenti in diversi vigneti.

Il contesto italiano è però differente. L’Italia possiede infatti una delle più grandi biodiversità ampelografiche al mondo, con centinaia di vitigni autoctoni registrati. Questo significa che l’adattamento ai cambiamenti climatici può passare anche dal recupero o dalla valorizzazione di varietà già esistenti.

In altre parole, mentre la Francia discute se introdurre nuovi vitigni, l’Italia spesso scopre di avere già una straordinaria ricchezza genetica a disposizione.

Una trasformazione che riguarda tutta la viticoltura europea 

Il fenomeno raccontato da Le Figaro non è quindi solo una curiosità, è il segnale di una trasformazione più ampia che riguarda tutta la viticoltura europea. Negli ultimi anni, infatti, i vitigni resistenti stanno guadagnando terreno in diversi Paesi, soprattutto in Germania, Svizzera e Austria, dove la sperimentazione è iniziata molto prima. 

Tra cambiamento climatico, sostenibilità e riscoperta della biodiversità, i vigneti stanno entrando in una nuova fase di sperimentazione. Per più di un secolo il vino europeo si è identificato con un numero relativamente ristretto di vitigni simbolo. Oggi quella certezza comincia a vacillare.

La domanda che emerge è semplice ma radicale: i grandi vini del futuro nasceranno ancora dalle stesse varietà di ieri? oppure da quelle che oggi stiamo appena iniziando a conoscere?

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