All’interno del Parco Archeologico del Colosseo esiste un minuscolo vigneto di Bellone (solo 400 piante) che richiama quello realizzato nel Seicento dai Barberini. Una sede storica per un impianto squisitamente culturale. Ce ne parla Luciano Lombardi.
A metà febbraio, passeggiando nei dintorni del Colosseo, risalivamo la Via Sacra. Sulla sinistra, oltre un cancello in ferro malandato e ben chiuso, all’interno di un’area verde sorprendentemente raccolta e protetta da alte mura, ho intravisto qualcosa di inatteso: un piccolo vigneto.
Pochi filari, ma perfetti. Curati con precisione evidente, frutto di mani esperte. La curiosità è stata immediata: di chi fosse, chi lo avesse messo a dimora, quale vitigno fosse stato scelto. Non un vigneto qualunque, ma forse uno dei più improbabili al mondo: a pochi passi dall’Arco di Tito, dal Colosseo, dai Fori Imperiali, nel cuore del Palatino, antica dimora degli imperatori.
Una curiosità soddisfatta
Tornato a casa, ho iniziato a cercare. Email, telefonate, ricerche. Ho scoperto così che Vigna Barberini appartiene al Parco Archeologico del Colosseo, e che è stata voluta e progettata dall’architetto Gabriella Strano.
Ho scritto al loro ufficio stampa per saperne di più. La risposta è arrivata rapidamente. E con essa, un’opportunità rara: visitarla accompagnato proprio da chi l’ha ideata.
Un’eccezionale visita guidata
L’appuntamento è per metà mattina, sotto l’Arco di Tito. Da lì bastano pochi passi all’interno del Parco Archeologico del Colosseo: si imbocca una piccola galleria, quasi nascosta sotto la Via Sacra, e in pochi secondi si passa dal flusso continuo dei visitatori a uno spazio silenzioso, raccolto: Vigna Barberini.
L’architetto Strano mi racconta che l’idea nasce da un gesto preciso: reimpiantare un vigneto dove già in epoca seicentesca i Barberini avevano coltivato la vite, restituendo al Palatino una delle sue componenti più antiche e simboliche. Non una scelta decorativa, ma culturale.
Un vitigno coerente con il territorio: il Bellone
Per i Romani, infatti, la vite era una presenza vegetale fondamentale, insieme all’ulivo e al fico: piante sacre, cariche di significato, oltre che di funzione. Da qui, la decisione di lavorare su un vitigno coerente con il territorio: il Bellone, varietà laziale di origine antichissima.
Per la realizzazione del vigneto è stata coinvolta la cantina Cincinnato, realtà con sede a Cori, l’antica Cora, con il supporto diretto del suo titolare Nazzareno Milita e, per gli aspetti di progetto e comunicazione, di Giovanna Trisorio. Un passaggio necessario per trasformare un’intuizione progettuale in un impianto viticolo reale.
Ma è proprio qui che il progetto si complica.
La difficoltà di un impianto sul Palatino
Il Palatino non è un terreno agricolo nel senso tradizionale. È un sistema stratificato, costruito in verticale nel corso dei secoli. Sotto pochi centimetri di terra si sviluppano ambienti, volte, strutture imperiali che non possono essere in alcun modo compromesse. Le radici della vite, se lasciate libere, potrebbero facilmente attraversare lo strato superficiale e raggiungere le strutture archeologiche sottostanti.
Per questo motivo, la scelta dell’area è stata decisiva: la porzione più soleggiata e, soprattutto, quella con maggiore spessore di terreno disponibile. Ne è nato un impianto estremamente contenuto, pochi filari disposti a L, addossati alle mura perimetrali. Una soluzione tecnica, prima ancora che estetica.
A questo si aggiunge un elemento poco visibile ma fondamentale: il terreno stesso è in parte costituito da riporti provenienti dagli scavi dell’area del Tempio di Eliogabalo. Terra antica, spostata e ricollocata, che torna oggi a essere coltivata.
Un microcosmo che viene dal passato
Osservando da vicino il vigneto, emerge con chiarezza la natura del progetto. I filari, ancora giovani — circa 400 piante distribuite su otto filari — sono disposti con ordine essenziale. Il sistema di sostegno utilizza pali in legno di castagno, coerenti con tecniche tradizionali compatibili con il contesto storico. La gestione è interamente manuale, con irrigazione di soccorso e interventi fitosanitari limitati al minimo, utilizzando prodotti consentiti in agricoltura biologica.
Il suolo è sottile, inerbito spontaneamente, e restituisce immediatamente la sensazione di un terreno che non può essere forzato. Qui la vite cresce, ma entro limiti precisi, imposti non dall’agronomia tradizionale, bensì dalla necessità di proteggere ciò che si trova sotto. I filari corrono paralleli alle mura perimetrali, come se seguissero una linea di sicurezza invisibile.
Accanto alle viti si sviluppa un piccolo sistema vegetale articolato: alberi di fico, limoni e ulivi. Alle estremità dei filari, rose ancora giovani segnano il ritmo del vigneto, secondo una sensibilità che è insieme agricola e progettuale. L’impressione complessiva è quella di un vigneto sospeso, più appoggiato che radicato.
2023: la prima, minuscola vendemmia
La prima vendemmia risale al 2023. Il risultato: due bottiglie. Un numero che racconta perfettamente la natura del progetto. Con le prossime vendemmie si prevede un leggero aumento, anche se non mancano elementi imprevedibili: tra questi, i pappagalli, particolarmente ghiotti di uva matura.
Il vino prodotto è stato chiamato AVGUSTO, con la V al posto della U, secondo l’uso epigrafico latino. Ma è soprattutto l’etichetta a raccontare il senso profondo del progetto. Su di essa compare un dettaglio della decorazione parietale della Casa di Augusto. L’accostamento non è decorativo, ma intenzionale: creare un dialogo visivo tra il vino prodotto oggi e l’apparato figurativo dell’epoca romana. La bottiglia diventa così un punto di incontro tra due tempi, non un contenitore ma un oggetto narrativo.
L’annata 2025 e l’apporto della cantina Cincinnato
Per l’annata 2025 si è scelto di sperimentare anche un affinamento in terracotta. Una scelta che non è tecnica in senso stretto, ma culturale: riportare il vino a un materiale profondamente legato alla tradizione romana, cercando un’espressione più coerente con il luogo.
La partecipazione della cantina Cincinnato a questo progetto nasce da una visione che va oltre l’aspetto produttivo. È una forma di mecenatismo contemporaneo, un modo di intendere il vino non solo come prodotto, ma come cultura, racconto e strumento di lettura del paesaggio.
Il vino AVGUSTO non sarà mai messo in commercio. Non ha un prezzo, non ha mercato. Come l’olio prodotto dagli ulivi del Palatino, è destinato esclusivamente a contesti istituzionali. La produzione, qui, non è il fine. È una conseguenza.
Ritorno al presente
Uscendo dalla Vigna Barberini, si torna rapidamente alla Via Sacra, al rumore e al flusso continuo dei visitatori. Ma la percezione cambia. Dietro quel cancello rimane un luogo in cui la vite non è semplicemente coltivata, ma reintrodotta. Non per necessità, ma per memoria.
E forse è proprio questo il punto più interessante: non la quantità prodotta, né la qualità che verrà, ma il fatto stesso che, dopo secoli, la vite sia tornata a crescere sul Palatino.








