DegustazioniTerritori e vini

Campania Wine, una regione dalle molte anime

Campania Wine Stefania Vinciguerra

La terza edizione di Campania Wine ha riunito a Napoli i cinque Consorzi di tutela e 101 aziende. Il banco d’assaggio nella Galleria Umberto I e le due masterclass per la stampa al MUSAP hanno mostrato una viticoltura dalla storia millenaria, nella quale suoli, altitudini, vitigni e tradizioni cambiano profondamente da un territorio all’altro.

Campania Wine galleria Umberto I NapoliRiunire cinque Consorzi, la Regione Campania e il Comune di Napoli intorno a un unico progetto non è scontato, soprattutto in una regione vitivinicola complessa e frammentata, dove l’identità comune convive con territori molto diversi. Campania Wine, giunta alla terza edizione, ha provato a comporre questo mosaico portando nella Galleria Umberto I 101 aziende e riservando al MUSAP – Museo Artistico Politecnico di Napoli gli approfondimenti.

Il walk around tasting ha restituito una fotografia ampia della produzione regionale. Sono state però soprattutto le due masterclass riservate alla stampa a offrire una chiave di lettura della Campania vitivinicola, mettendo in relazione vino, geologia, archeologia e tremila anni di storia agricola.

Bianchi tra archeologia e paesaggio

Campania Wine denominazioni campane
La masterclass
“Tra classici e fuori rotta: i bianchi campani”, condotta da Othmar Kiem, direttore di Falstaff Italia, è stata accompagnata dagli interventi dell’archeologo Girolamo Ferdinando De Simone. Al centro, la varietà di climi, suoli e vitigni e la continuità di pratiche agricole giunte dall’antichità fino a noi.

La millenaria contesa fra Bacco e Cerere, cioè fra vite e cereali, ha modellato il paesaggio campano. Alcune pratiche viticole sono tuttora vive: come l’alberata aversana, la vite maritata ai pioppi descritta già da Plinio, che può sfiorare trenta metri e garantisce alle uve maggiore ventilazione e minore rischio di muffe.

L’Asprinio d’Aversa Spumante Brut Trentapioli di Salvatore Martusciello, metodo Martinotti, è molto secco e sostenuto da un’acidità importante, con richiami di mela Golden, menta e zafferano. Più complesso l’Asprinio d’Aversa IX Denari 2023 di Cantina Palazzo Marchesale: buccia d’arancia e una nitida nota fumé precedono un sorso teso e saporito.

Il vulcano e il ritorno della vigna

Campania Wine Napoli
Vesuvio e Monte Somma
formano un territorio articolato: i quattro versanti alternano influenze marine e interne e la proprietà è molto frammentata. Dopo l’abbandono seguito allo sviluppo industriale del dopoguerra, negli ultimi vent’anni la viticoltura è tornata a crescere. La propagazione per propaggine e la coltivazione a pergola conservano tecniche profondamente legate alla storia del luogo.

Il Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Vigna del Vulcano 2023 di Villa Dora, da vigne a piede franco coltivate in biologico, 50% Coda di Volpe, 50% Falanghina, ha profumi di limone e fiori bianchi e una bocca ampia, fresca e decisamente salina. Sul versante settentrionale del Monte Somma nasce invece la Catalanesca, arrivata secondo la tradizione con gli Aragonesi nel Quattrocento e a lungo utilizzata come uva da tavola. La Catalanesca del Monte Somma Summa 2024 di Cantine Olivella, acciaio e anfora, unisce frutto giallo, menta e lievi sensazioni di macerazione a un sorso sorprendente per ampiezza e intensità sapida.

Dal Sannio al Cilento

Campania Wine, masterclass bianchi
La
Falanghina del Sannio Identitas 2025 della Cantina di Solopaca, realtà cooperativa centenaria che riunisce circa 600 soci e 1.300 ettari, proviene dai territori più freschi intorno al Taburno. Floreale e agrumata, con note verdi e di mandorla bianca, è saporita, con una salinità crescente nel finale. Più ricca la Falanghina del Sannio Taburno Cesco dell’Eremo 2022 della Cantina del Taburno, da uve surmature e affinata in rovere: frutta gialla matura e lievi note boisé, ma anche freschezza e una marcata vena salina.

Il Fiano Paestum Pian di Stio 2025 di San Salvatore 1988, da un vigneto a circa 600 metri, ha portato l’attenzione sul Cilento, un’area dalle condizioni ambientali molto diverse. Susina, melone e cenni balsamici introducono un sorso fresco e salino dal finale agrumato. 

Da Caserta ad Avellino passando per Benevento

Dalla provincia di Caserta il Pallagrello Bianco Terre del Volturno 2025 de Il Verro mostra ampiezza, frutto generoso e una lieve presa tannica che allunga la persistenza e ne sottolinea la vocazione gastronomica. Più verticale il Campania Coda di Volpe 2025 di Masseria Frattasi, da vigne prefillossera a circa 750 metri nel beneventano: riservata al naso, tesa, asciutta e saporita al palato.

Chiude il 1930 Metodo Classico Brut Nature di Cantine di Marzo, Greco di Tufo in purezza. Fine nel perlage e cremoso, ha buona freschezza, ma un’espressione aromatica piuttosto contenuta.

Rossi fra fuoco, montagne e parchi

Campania Wine, masterclass rossi
La successiva masterclass
“Tra altezze, parchi e vulcani”, condotta da Filippo Bartolotta, ha raccontato i rossi regionali partendo dal fuoco del Vesuvio. Qui Aglianico e Piedirosso svolgono ruoli complementari: il primo apporta struttura e corpo, il secondo agilità e slancio.

Il Lacryma Christi del Vesuvio Rosato Munazei 2025 di Casa Setaro, Piedirosso a piede franco, è agile e succoso, sapido e scattante: un vino solo apparentemente semplice, capace di tradurre la complessità vulcanica in immediatezza. Più strutturato il Vesuvio Piedirosso Settemoggi 2024 di Sorrentino Vini, affinato per dodici mesi fra tonneau e barrique. Polvere da sparo e confettura di prugna accompagnano una bocca carnosa ed energica, nella quale la componente tannica si distende progressivamente. 

Il Costa d’Amalfi Furore Rosso Riserva 2022 di Marisa Cuomo, da Piedirosso e Aglianico, porta nel bicchiere i calcari, le pendenze e i venti marini della Costiera con un’altra interpretazione dei due vitigni. Frutti neri e note balsamiche, bocca ampia, morbida e solida.

Il Nord dimenticato

Campania Wines, setup masteclass rossi
Allontanandosi dal Vesuvio verso il confine con il Lazio il paesaggio cambia ancora. Nell’area di Roccamonfina, vulcano ormai inattivo, marne e materiali tufacei danno origine a vini più solidi. Il
Roccamonfina Rosso Camporoccio 2023 di Porto di Mola, da Aglianico, Camaiola e Montepulciano, propone frutti scuri maturi, humus, tabacco e cioccolato, con la freschezza che bilancia la struttura

La Sannio Barbera Camaiola 2025 di Aia dei Colombi, da una varietà, la Camaiola,a lungo confusa con la Barbera, si distingue la purezza del frutto nero e un richiamo allo sciroppo di rosa, con un’acidità vivace a dare dinamismo al sorso.

Con l’Aglianico si entra infine nei territori del Taburno e dell’Irpinia, segnati da matrici argillose, arenarie e calcari. L’Irpinia Aglianico Velluto Rosso 2021 di Nativ, una sorta di vendemmia tardiva ricca e matura, esprime mora e cioccolato, corpo, glicerina e un tannino importante, conservando l’energia delle zone più alte.

Più tagliente l’Aglianico del Taburno 2021 di 36 Casali, caldo, terroso e speziato, con tannino deciso e netta tensione sapida. L’Aglianico del Taburno Riserva Grave Mora 2019 di Fontanavecchia è già evoluto nei profumi di humus, muschio e tamarindo, ma ancora fresco e vitale. Nel Taurasi 2020 di Tenuta Cavalier Ferrante, infine, carbone e tabacco accompagnano una struttura importante, ravvivata da freschezza.

L’enoturismo oltre le formule

Campania Wine convegno enoturismo

Il Campania Wine Forum ha spostato l’attenzione dalla produzione alla capacità di accogliere. Enoturismo significa servizi, comunicazione, mobilità ed esperienze, non soltanto apertura delle cantine. Il comparto genera in Italia circa 3,1 miliardi di euro e incide mediamente per il 21% sul fatturato delle aziende che lo praticano; per il 2026 si stimano 18 milioni di italiani interessati. 

Dal confronto è emersa soprattutto la distanza tra le potenzialità della Campania e la sua attuale capacità organizzativa. Angelo Radica, presidente di Città del Vino, ha ricordato che non basta evocare la rete: servono consapevolezza, formazione, servizi e offerte strutturate. 

Violante Gardini Cinelli Colombini, presidente del Movimento Turismo del Vino, ha invitato ogni cantina a individuare il proprio pubblico e valorizzare le differenze. Virginia “Ginger” Di Gaetano di Lonely Planet ha messo in guardia dalle formule vuote: il turismo non è una panacea e il visitatore non deve diventare più importante dei residenti. 

È forse questa la conclusione più utile anche per Campania Wine. Fare sistema non significa uniformare una regione segnata da differenze profonde, ma costruire gli strumenti per renderle leggibili. La forza del vino campano risiede proprio nella distanza tra un’alta alberata aversana e una vigna terrazzata di Furore, fra le sabbie dei Campi Flegrei e i calcari dell’Irpinia: un patrimonio complesso, che può diventare un racconto unitario solo se conserva intatte tutte le sue voci.

Show Cooking con Donna Brigida Pizzeria, presenta Antonella Amodio
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