Il volto di Voyager e Freedom racconta Torreclava, il Primitivo biologico nato con Terre di Maria a Orta Nova, nel Tavoliere. Un progetto di famiglia che unisce la sua passione per il vino al lavoro dei Faretra. Nell’intervista, la scelta del vitigno, il rapporto con l’enologo, l’origine del nome e la sua lettura della crisi dei consumi. Ce ne parla Annalucia Galeone.
Torreclava è la prima etichetta firmata da Roberto Giacobbo, giornalista e conduttore di programmi dedicati ai misteri dell’archeologia, della scienza e delle civiltà antiche, come Voyager e Freedom. Dopo l’apertura di due ristoranti, a Carloforte e a Roma, la curiosità e la voglia di mettersi in gioco lo hanno spinto a intraprendere una nuova avventura come produttore di vino.
Lo affianca Terre di Maria, azienda di Orta Nova, nel cuore del Tavoliere pugliese, che pratica un’agricoltura biologica avvalendosi di tecnologie moderne. Il progetto lega le famiglie Faretra e Giacobbo attraverso l’unione tra Cataldo Faretra e Giovanna Giacobbo, figlia di Roberto. Ne abbiamo parlato con il conduttore.
Perché ha scelto il Primitivo, se l’azienda coltiva anche Nero di Troia e Susumaniello?

Ho scelto il Primitivo per un motivo molto semplice: è un vitigno dalle radici storiche profondamente legate alla terra di Puglia. Abbiamo poi la fortuna di trovarci in un appezzamento particolare rispetto al territorio circostante: il terreno era ai bordi di un antico corso d’acqua che, nei millenni, ha depositato il suo limo creando piccole zone, quasi a macchia di leopardo, particolarmente ricche. Il nostro vigneto si trova proprio in una di queste.
Credo che qui il Primitivo riesca a esprimere forza, dolcezza, delicatezza, intensità e complessità. È un vino capace di dare soddisfazione e che porta con sé una storia importante. Inoltre, è diventato uno dei vini italiani più conosciuti e apprezzati anche all’estero, arrivando a confrontarsi con nomi e varietà italiane storicamente celebri.
In che modo ha reso “sua” la produzione?

Ho una particolare sensibilità al gusto, che ha anche mio fratello e che ritrovo in una delle mie figlie. Ho cercato innanzitutto di creare un vino che piacesse a me, smussando quelle asperità che talvolta si possono incontrare. Questa sensibilità viene utilizzata in diversi momenti della produzione. È un lavoro lungo, fatto di continui assaggi e piccoli aggiustamenti, che ci sta dando soddisfazioni. Perché, alla fine, le cose buone hanno una caratteristica semplice: riescono a mettere tutti d’accordo.
Naturalmente mi ha aiutato il nostro enologo, Tommaso Pinto, con il quale abbiamo tenuto fermi due principi: realizzare un prodotto profondamente pugliese e biologico. Abbiamo cercato di sfruttare ciò che il territorio offre: il vento, che favorisce la coltivazione biologica, l’acqua del sottosuolo, ricca di minerali, e una concimazione esclusivamente vegetale. Tra i filari vengono seminate erbe che poi sono trinciate e interrate. Anche la potatura segue criteri moderni e precisi. La vendemmia viene effettuata con una raccolta acino per acino, resa possibile da una tecnologia avanzata.
Torreclava ha un nome curioso: da dove deriva?
Nasce da una conversazione tra amici. Quando raccontai del progetto, mi dissero: «Roberto, nel nome del vino ci devi mettere la parola torre, perché porta bene». Mi piacque subito. La torre è qualcosa di storico, di imponente, di bello: richiama la storia e la ricerca del passato, quindi anche il mio mondo.
La seconda parte del nome nasce dal terreno sul quale cresce la nostra vigna, un luogo frequentato già dagli uomini del Neolitico. Avevano probabilmente capito, in maniera empirica, che era un territorio particolarmente ricco: offriva spontaneamente alimenti, vegetazione e animali da cacciare. La clava è diventata il riferimento simbolico all’uomo preistorico e a quel mondo antichissimo.
Il vino è davvero in crisi o sono semplicemente cambiati i gusti?
Quando si pensa che un prodotto, solo perché è di moda o appartiene a una tradizione importante, possa essere consumato a prescindere dalla sua qualità, si comincia a danneggiarlo. Credo che questo sia accaduto anche al vino: per molto tempo si è pensato che qualunque vino, soltanto perché italiano, dovesse automaticamente essere apprezzato e bevuto in tutto il mondo.

Oggi il consumatore è più esigente, ha più scelta e la concorrenza è più forte. Se il vino sta vivendo un momento complesso, credo che una parte della responsabilità derivi dall’aver cercato, in alcuni casi, di sfruttare il mercato senza prestare sufficiente attenzione alla qualità. Non sto parlando dei vini di livello, che continuano ad avere un pubblico attento.
Qualità non significa necessariamente prezzi altissimi: si può fare un buon vino senza farlo costare centinaia di euro, rispettando la natura e i tempi, senza pretendere di recuperare tutti gli investimenti in pochi anni. Noi siamo partiti con appena mille bottiglie.
La crisi non viene percepita allo stesso modo da tutti. Chi propone un prodotto di qualità, riconoscibile e capace di rimanere nella memoria del consumatore continua a ottenere risultati.
Dal Torreclava al Torreclava Gold?
È un blend che mi piace definire “Super Apulia”, perché nasce esclusivamente da vitigni pugliesi. La componente principale, naturalmente, è il Primitivo, al quale si aggiungono Susumaniello, Nero di Troia e altre varietà del nostro vigneto. Lo abbiamo prodotto soltanto in formato magnum, in appena 499 esemplari.




