Dopo una lunga malattia, è morto stanotte Carlin Petrini, il contadino che fece cambiare al mondo la percezione del cibo e influenzò il dibattito internazionale sul rapporto fra uomo, cibo e ambiente.
C’è un pezzo d’Italia che senza Carlin Petrini non sarebbe mai esistito. Non l’Italia delle grandi industrie alimentari o delle etichette costruite dal marketing, ma quella delle osterie, dei piccoli produttori, delle campagne marginali, dei formaggi dimenticati, dei vini contadini e dei saperi tramandati a tavola. Un’Italia che Petrini ha trasformato in cultura politica, sociale e gastronomica.
Chi era Carlin Petrini
Nato a Bra, nelle Langhe, nel 1949, Carlo “Carlin” Petrini è stato molto più di un gastronomo. È stato un organizzatore di idee, un agitatore culturale, un intellettuale popolare capace di trasformare il cibo in linguaggio universale. Con Arcigola poi Slow Food, fondato ufficialmente nel 1986 dopo la protesta simbolica contro l’apertura di McDonald’s a Piazza di Spagna, ha costruito uno dei movimenti italiani più conosciuti nel mondo.
La sua intuizione era semplice e rivoluzionaria insieme: il cibo non è merce qualsiasi. Dietro ogni prodotto ci sono territorio, biodiversità, lavoro, memoria e dignità. Da qui il manifesto del “buono, pulito e giusto”, diventato negli anni una bandiera internazionale.
Portavoce di chi non ha voce
Petrini ha dato voce a chi non ne aveva: piccoli allevatori, contadini, artigiani del vino, produttori destinati all’estinzione economica e culturale. I Presìdi Slow Food, Terra Madre, l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo sono stati gli strumenti concreti di una battaglia che ha unito ambientalismo, agricoltura e piacere della tavola.
Ma Carlin è stato anche un personaggio unico: corpulento, ironico, istrionico, capace di passare dal dialetto piemontese alle conferenze internazionali, dalle osterie di provincia ai tavoli dell’Onu. Con la stessa naturalezza con cui raccontava un salame sapeva parlare di cambiamento climatico, speculazione agricola e povertà alimentare.
Il suo lascito culturale
Molti lo hanno considerato un visionario. Altri un moralista del gusto. Di certo è stato uno dei pochissimi italiani capaci di influenzare davvero il dibattito mondiale sul rapporto fra uomo, cibo e ambiente.
Prima che arrivassero le parole “sostenibilità” ed “ecologia” nel linguaggio comune, Petrini aveva già indicato la strada: salvare la terra partendo dalla tavola.
E forse il suo lascito più grande è proprio questo: aver insegnato che mangiare non è un gesto banale, ma un atto culturale e politico.



