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Vesuvio: cratere e vigneti con protagonisti i vini bianchi

Press Tour Vesuvio vigneti

La salita al cratere, lo sguardo sul Golfo di Napoli, i vigneti e le tracce della storia antica. Il Vesuvio Wines Experience Tour ha raccontato un territorio che merita di essere percorso prima ancora che degustato. Due masterclass, una dedicata ai vini bianchi, l’altra a rosati e rossi, ne hanno messo a confronto le diverse espressioni. Ce ne parla Stefania Vinciguerra.

Dal bordo del cratere del Vesuvio il Golfo di Napoli si apre allo sguardo e la salita trova la sua ricompensa. Da una parte la bocca del vulcano, dall’altra il paesaggio abitato che ne accompagna le pendici, il mare e le isole: un panorama bellissimo, che da solo varrebbe la gita. Per chi è qui a conoscere i vini, è anche un punto di osservazione prezioso per capire quanto siano vicini, eppure diversi, gli ambienti nei quali crescono le viti.

È cominciata così la prima giornata di visite del Vesuvio Wines Experience Tour, organizzato dal Consorzio Tutela Vini Vesuvio (nella foto, il presidente Ciro Giordano, di Cantine Olivella). La passeggiata guidata sul sentiero del Gran Cono, seguita da un brindisi in quota, è stata uno dei momenti più suggestivi del viaggio. Un’esperienza da consigliare anche a chi programma una visita alle cantine: raggiungere il cratere aggiunge una prospettiva che dal basso manca.

Un territorio da percorrere

Vesuvio cratere
Sotto un nome conosciuto in tutto il mondo si raccoglie
una viticoltura dalle molte differenze. Il complesso vulcanico del Somma-Vesuvio (che include il cono del vulcano, il Vesuvio appunto, e il Monte Somma, che un tempo ne faceva parte) comprende ambienti diversi per esposizione, quota e influenza marina: ai versanti più caldi e aperti sul golfo si contrappongono quelli interni e settentrionali, più freschi. I vigneti, spesso tra i 200 e i 600 metri, crescono su suoli nei quali ceneri, sabbie e lapilli si sono stratificati attraverso successive eruzioni. Il Monte Somma, più antico, e il cono più giovane del Vesuvio non sono intercambiabili.

Tra i filari si conserva un patrimonio importante di viti a piede franco, indicate durante il tour come circa il 90% del totale, riprodotte tradizionalmente anche per propaggine. Caprettone e Catalanesca,accanto a Coda di volpe e Falanghina, sono centrali nei bianchi; Piedirosso e Aglianico, insieme ad altre varietà tradizionali, alimentano rossi e rosati. 

Vigneti Monte Somma
La visita alla splendida quanto indimenticabile
Villa Augustea, a Somma Vesuviana, ha aggiunto al percorso la dimensione archeologica di una terra nella quale la coltivazione della vite ha radici molto antiche. Come ci ha ben spiegato il direttore degli scavi, l’archeologo Girolamo Ferdinando De Simone, guidandoci tra le vestigia di questo grande complesso non ancora aperto al pubblico, ma che presenta resti di enorme interesse anche per i non specialisti.

Due masterclass per conoscere i vini

Masterclass RoseRed
Il confronto nei calici si è svolto nella sede del Consorzio, a Sant’Anastasia, con due masterclass utili per la lettura del territorio alla quale ci ha guidato Chiara Giorleo, ambassador dei vini del Vesuvio. Una denominazione dalle radici antiche, ma impegnata in
un percorso di rinnovamento, passato attraverso la riorganizzazione del Consorzio nel 2015 e il nuovo disciplinare del 2017.

La ricchezza di potassio dei terreni è stata uno dei temi tecnici più interessanti: può contribuire a innalzare il pH dei mosti e dei vini e rende particolarmente importante la ricerca dell’equilibrio. Nei calici, la sapidità è tornata spesso come tratto comune, con intensità e risultati diversi. Un carattere che acquista interesse quando accompagna il frutto e la progressione del sorso, senza prevalere su tutto il resto.

Caprettone e Catalanesca protagonisti

Masterclass Bianchi
Il bilancio ha premiato soprattutto i bianchi, per me la parte più convincente delle degustazioni. Il
Caprettone, a lungo confuso con la Coda di volpe, ha mostrato espressioni anche molto diverse per struttura e intensità. La Catalanesca, legata esclusivamente al Monte Somma, ha offerto alcuni dei risultati più personali: uva tardiva e dalla buccia spessa, valorizzata come varietà da vino soltanto in tempi relativamente recenti, può dare bianchi più fruttati e corposi, capaci di conservare freschezza. Si sono alternate vinificazioni in acciaio, soste sulle fecce fini e lavorazioni in anfora, senza che la tecnica cancellasse le differenze tra vini e provenienze.

Tra i miei assaggi migliori, Catalanesca del Monte Somma Summa 2024 di Cantine Olivella, con una parte della massa macerata sulle bucce e dieci mesi sulle fecce fini tra acciaio e anfora. Il profumo ricorda il tè al gelsomino e il tè verde, con sfumature balsamiche e mentolate. Il sorso è ricco, saporito, di bella personalità, con un finale decisamente salino.

Il Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Superiore 2024 di Cantina del Vesuvio, da Caprettone in purezza e lavorato in acciaio, offre profumi di fiori bianchi e ginestra, con una sfumatura vegetale fresca. Il sorso è intenso, salino e ben disteso. Il Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Munazei 2025 di Casa Setaro, anch’esso da Caprettone, unisce frutta gialla, agrumi e fiori bianchi a una bocca ricca ma dinamica, molto sapida, quasi iodata, con un ritorno di limone in chiusura.

Cambia uvaggio il Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Vigna del Vulcano 2023 di Villa Dora, con l’ingresso del 20% di Falanghina, confermando il valore di un’azienda che punta alla longevità dei propri vini. Alle note fumé e di fiori gialli si aggiungono foglia di limone e tabacco biondo. Pieno e salino, procede con continuità e piacevolezza.

Rosati e rossi alla ricerca dell’equilibrio

Masterclass Rose Red
La seconda masterclass ha dato risultati meno omogenei. Al centro il
Piedirosso, che qui può esprimere colore contenuto, frutto fragrante, tannini moderati e una beva agile. È però un vitigno delicato da interpretare, anche per la tendenza alla riduzione: tra gli assaggi, alcune imprecisioni aromatiche, tannini polverosi o un legno troppo evidente hanno limitato la piacevolezza. I vini migliori hanno trovato invece un equilibrio convincente tra succosità, freschezza e sapore.

Tra questi, il Vesuvio Rosato Ereo 2025 di Cantine Olivella, da Piedirosso, Guarnaccia e Sciascinoso in parti uguali. Ramato chiaro, ha un profilo nitido, con frutta rossa e gialla e una buona articolazione. Il sorso combina morbidezza e freschezza, chiudendo con buona acidità e un lieve accenno amarognolo.

Il Lacryma Christi del Vesuvio Rosso Forgiato 2022 di Villa Dora, da Piedirosso e Aglianico, convince per la pulizia del frutto: ciliegia, mora e amarena, con una sfumatura di pepe nero. La bocca è succosa, compatta e molto equilibrata, anche nella componente tannica. Mentre il Lacryma Christi del Vesuvio Rosso Superiore Vigna Lapillo 2021 di Sorrentino, ancora da Piedirosso e Aglianico, merita una precisazione: le due bottiglie assaggiate hanno mostrato differenze sensibili. Nella più riuscita il frutto si accompagna a resina e basilico, mentre il sorso è ampio, ricco e succoso, appena tannico, con una bella spinta alla beva.

Qualche bollicina per finire 

CatalanescaNella masterclass dedicata ai bianchi abbiamo messo a confronto anche due Metodo Classico: Volo 31 di Tenuta La Mura, da Caprettone in purezza, ampio e gastronomico, con richiami di mela golden e miele; Català36 2021 di Montesommavesuvio, da Catalanesca, più fresco, rotondo e strutturato, tra ananas, sfumature iodate e fumé. 

Anche fuori dalle masterclass sono arrivati spunti interessanti. Hèbon Metodo Classico 2022 di Cantine Olivella, da Catalanesca, Caprettone e Piedirosso, è stato uno degli assaggi convincenti del tour: profumi freschi di litchi e menta, bocca tesa, snella ed energica, ritorni mentolati e un finale salino, lungo e saporito. Ben riuscito anche Pietrafumante Brut 2023 di Casa Setaro, Metodo Classico da Piedirosso in purezza, sboccato nel luglio 2026: ramato chiaro, complesso e intenso tra note di lieviti, menta e frutti rossi, cremoso e vivace al palato, con una bella spinta e una chiusura persistente.

Tra cratere, vigneti, archeologia e tavola, il Vesuvio ha mostrato quanto possa offrire a chi viaggia per il vino. La salita e la vista sul golfo restano uno dei ricordi più belli, insieme alla scoperta di bianchi che meritano di essere conosciuti meglio e di una viticoltura da leggere attraverso le sue differenze, seguendo uve, versanti e produttori.

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