Per decenni la Toscana è stata identificata quasi esclusivamente con i grandi rossi. Oggi, però, la crescente domanda di vini bianchi di carattere e un nuovo progetto promosso dal Consorzio Vino Toscana e dall’Università di Pisa riaprono una domanda rimasta troppo a lungo in sospeso: è arrivato il momento di costruire il grande vino bianco della Toscana centrale? Ce ne parla Stefania Vinciguerra.
Ci sono idee che arrivano troppo presto e altre che aspettano semplicemente il momento giusto. Forse il progetto Bianco Toscana appartiene alla seconda categoria.
L’iniziativa, nata anche grazie all’impulso dell’Associazione Le Donne del Vino della Toscana e oggi sviluppata dal Consorzio Vino Toscana insieme all’Università di Pisa e al CREA di Arezzo, non vuole creare un nuovo vino a tavolino. L’obiettivo è capire quali vitigni, quali pratiche agronomiche e quali tecniche di vinificazione possano portare alla nascita di un grande vino bianco capace di rappresentare la Toscana centrale.
È una differenza sostanziale. Perché qui non si parte da un disciplinare, ma dalla ricerca.
La Toscana non è solo rossa
Per anni il successo internazionale di Chianti Classico, Brunello di Montalcino, Bolgheri e Nobile di Montepulciano ha inevitabilmente oscurato tutto il resto. Anche i bianchi.
Eppure la Toscana possiede una ricchezza di terroir che pochi territori europei possono vantare: altitudini elevate, suoli galestrosi, alberesi, arenarie, argille, esposizioni fresche, importanti escursioni termiche. Condizioni che permettono di ottenere vini bianchi di notevole eleganza.
Esistono già esempi di bianchi toscani, naturalmente. La Vernaccia di San Gimignano, giustamente esclusa dal progetto, rappresenta una denominazione storica e compiuta. Gli ultimi anni hanno portato alla ribalta sulla Costa il Vermentino, poi ci sono vari bianchi aziendali, alcuni di successo. Manca però un riferimento condiviso.
Non un vino uguale per tutti
Ma il progetto non cerca una ricetta universale. I ricercatori analizzeranno vigneti esistenti, seguiranno la produzione secondo protocolli condivisi e confronteranno i risultati per individuare le soluzioni più efficaci. Le aziende metteranno a disposizione vigne e cantine senza sostenere investimenti aggiuntivi, mentre il patrimonio di conoscenze prodotto dalla ricerca sarà condiviso con tutti i produttori.
È un approccio scientifico, ma profondamente agricolo. Prima si osserva il territorio, poi eventualmente si costruisce una visione.
I tempi sono maturi per partire con un simile progetto. Il mercato, del resto, lo chiede. I consumatori cercano vini bianchi identitari, gastronomici, capaci di evolvere nel tempo. Esattamente ciò che la Toscana potrebbe offrire. Non è un caso che sempre più aziende stiano investendo su questa tipologia.
Una scommessa che vale la pena seguire
Naturalmente non basta un progetto di ricerca per creare un’icona. Serviranno anni di sperimentazione, confronto e verifiche. Servirà la disponibilità delle aziende a mettersi in discussione. E servirà evitare la tentazione di rincorrere modelli già esistenti.
Il grande bianco toscano, se nascerà, dovrà parlare con accento toscano. Non dovrà imitare Borgogna, Alto Adige o Friuli. Dovrà raccontare le colline del Chianti, le terre senesi, le aree interne della regione con una voce propria. Ed è proprio questa la sfida più affascinante.
La Toscana non ha bisogno di dimostrare di saper fare grandi vini. Lo ha già fatto.
Può però dimostrare di saper scrivere un nuovo capitolo della propria storia enologica. Un capitolo che finora è rimasto in secondo piano, quasi nascosto dietro l’imponente successo dei rossi.
Se la ricerca saprà trasformare intuizioni in conoscenza e la conoscenza in vini, allora la domanda che ci siamo posti potrebbe finalmente trovare una risposta. Forse sì. La Toscana potrebbe davvero avere il suo grande bianco. E sarebbe una buona notizia non solo per la Toscana, ma per tutto il vino italiano.



