A poche ore dalla triste notizia della morte di Ampelio Bucci, il pioniere del Verdicchio dei Castelli di Jesi, Daniele Cernilli lo ricorda con queste parole.
Sono passate poche ore dalla notizia della scomparsa di Ampelio Bucci e i ricordi si fanno sempre più forti. Eravamo amici, al di là del fatto che lui producesse vino e io ne scrivessi.

Lunghe telefonate almeno una volta al mese, poi quando presentavamo la guida a Milano, al Principe di Savoia, il fatto che lui venisse sempre era anche un motivo per farmi scappare dalla degustazione. Ci mettevamo a chiacchierare al bar dell’hotel e stavamo lì per ore. L’ultima volta, alla fine di settembre dell’anno scorso, mi disse che aveva venduto ai Veronesi di Signorvino, e che era contento di averlo fatto. Si era garantito un “buen retiro” e pensava già ad altro. Alla parte seminativa dell’azienda, che aveva tenuto, e alle farine. A un trattore che aveva potuto comprare.
“Magari faccio della pasta, chissà…”. Però di cambiare le botti, quelle annose, grandi, di rovere di Slavonia, non se ne parlava e cercava di evitare che i nuovi proprietari lo facessero. “Le botti vecchie, e grandi, se le gestisci bene, se non hanno cattivi odori, insomma, rappresentano la storia del vino che ne è stato contenuto. Una sorta di memoria delle annate, dei vini che ne hanno impregnato le doghe, e che fatalmente ricordavano al vino nuovo cosa fosse accaduto ai suoi predecessori. Avevano condiviso la stessa “casa” e qualcosa andava ad arricchirlo. Perciò il mio Verdicchio Villa Bucci, Castelli di Jesi Verdicchio Riserva, innanzitutto, è quello che è. Secondo me solo Valentini, tra i produttori che conosco, ha la stessa consapevolezza, e i suoi Trebbiano “vivono” in modo simile. Anzi, sai cosa ti dico, il Trebbiano di Valentini somiglia al Verdicchio”.
Voglio ricordarlo così. Vivace, visionario, colto, intelligente. Gli volevo bene e oggi sono molto triste.




