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Lanati: «Il Pinot Nero dell’Oltrepò deve cambiare registro»

Donato Lanati

Per Donato Lanati il Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese può diventare uno dei grandi vini del futuro, ma solo a condizione di rompere con il passato. Al convegno organizzato all’Enoteca Regionale della Lombardia, lo scienziato del vino ha indicato una strada precisa: meno rese, vinificazioni su misura, pochi Cru di riferimento e una comunicazione più autentica per rilanciare il territorio.

Qualità prima di tutto

«Fare qualità, qualità, qualità». È questo il messaggio che Donato Lanati ha lanciato nel corso dell’incontro dedicato al futuro del Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese, ospitato all’Enoteca Regionale della Lombardia di Broni. Un intervento di oltre due ore, volutamente diretto e privo di concessioni retoriche, durante il quale lo scienziato del vino ha sostenuto una tesi destinata a far discutere: proprio il Pinot Nero, oggi considerato da molti un vitigno problematico, potrebbe rappresentare il vino del futuro. 

Una posizione che già nell’annuncio del convegno Lanati aveva anticipato, contrapponendosi al clima di pessimismo che attraversa il settore vitivinicolo, stretto tra difficoltà economiche, cambiamenti climatici e tensioni geopolitiche. Secondo il ricercatore, proprio un vitigno tanto esigente quanto sensibile alle caratteristiche del territorio è quello meglio attrezzato per affrontare le sfide dei prossimi decenni. 

Un vitigno difficile, ma unico

Lanati ha definito il Pinot Nero un vero enfant terrible: difficile da coltivare, da vinificare e da affinare, ma capace di esprimere un’identità aromatica unica e una straordinaria longevità.

L’Oltrepò Pavese, con circa 3.000 ettari coltivati, rappresenta il principale distretto italiano del Pinot Nero, all’interno di una superficie nazionale che supera gli 8.600 ettari. Una leadership quantitativa che, secondo Lanati, deve però trasformarsi in autorevolezza qualitativa

La rivoluzione parte dalla vigna

Donato LanatiGran parte dell’intervento è stata dedicata agli aspetti tecnici della vinificazione. Lanati ha spiegato come il Pinot Nero presenti caratteristiche fenoliche molto particolari, che rendono impossibile applicare protocolli standardizzati.

Ogni vigneto e ogni vendemmia richiedono un approccio specifico, basato su analisi scientifiche dell’uva e su una vinificazione “sartoriale”. L’obiettivo è preservare le componenti aromatiche e fenoliche più nobili, evitando interventi che possano impoverire il vino. 

Cinque Cru per competere con il mondo

Se la tecnica è fondamentale, per Lanati non basta. Serve anche una scelta strategica per il territorio: ridurre le rese, selezionare rigorosamente le uve e individuare quattro o cinque Cru di riferimento sui quali concentrare investimenti e comunicazione.

Solo così, sostiene, l’Oltrepò Pavese potrà costruire un’identità forte e confrontarsi con le grandi aree internazionali del Pinot Nero, puntando sul valore anziché sui volumi. 

Ripartire dal La Versa e da una visione comune

Nella parte finale del suo intervento Lanati ha indicato anche un possibile simbolo della rinascita: il marchio La Versa, che a suo giudizio potrebbe rappresentare un importante punto di ripartenza, purché sostenuto da un’enologia fondata su dati scientifici, trasparenza e comunicazione credibile.

Il rilancio dell’Oltrepò, ha concluso, passa anche dalla capacità di fare sistema e di raccontare il territorio con una visione condivisa, educando il consumatore a riconoscere il valore di un Pinot Nero capace di esprimere un’identità originale. «Rinascere una seconda volta si può e non è detto che la seconda volta non sia migliore della prima».

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