A dodici anni dalla scomparsa di Stefano Bonilli e a pochi mesi da quella di Carlin Petrini, Daniele Cernilli ricorda due protagonisti assoluti della cultura enogastronomica italiana. Diversi per carattere e visione, spesso in disaccordo ma uniti da stima e affetto, hanno contribuito a cambiare il modo di raccontare il vino e il cibo nel nostro Paese.
Come ogni anno voglio ricordare Stefano Bonilli nell’anniversario della sua scomparsa. Ricordo che fu la sera del 3 agosto del 2014, quindi sono passati dodici anni. Sono trascorsi invece pochi mesi da quella di Carlin Petrini, suo amico, complice e qualche volta antagonista.
Due personalità, una lunga amicizia
I due erano legati da una conoscenza trentennale. Entrambi, con ruoli diversi, avevano militato nel gruppo del Manifesto, con Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Valentino Parlato. E poi Lucio Magri, Luciana Castellina. Petrini più politico, grande tribuno, con un carisma da trascinatore di popoli. Bonilli più intellettuale, con una grande attenzione per il lato estetico del vino e del cibo e con una sensibilità giornalistica davvero unica.
Si stimavano, ognuno dei due diceva che l’altro era intelligente e visionario, però in modi quasi opposti. Io, insieme a Gigi Piumatti, dovevo fare da mediatore fra i due quando le discussioni prendevano una piega polemica, e succedeva. Del resto, Arcigola e poi Slow Food erano e sono associazioni, il Gambero Rosso era e resta un’azienda.
La stima oltre ogni divergenza
Diverse organizzazioni, persino diversi regimi fiscali, e quindi, nella realizzazione e nell’edizione della Guida Vini d’Italia, che era “mobilio comune”, come diceva Petrini, i problemi non mancavano. Alla fine però una quadra si trovava sempre. La stima e l’affetto erano più importanti delle frizioni.
Un incontro immaginario, ancora a tavola
Ora, forse, si saranno ritrovati chissà dove. In un’ipotetica Bra “celeste”, dove Petrini avrebbe trascinato Bonilli in trattoria langhetta, e Stefano, invece, avrebbe preferito un grande chef, magari il suo adorato Ferràn Adrià, o Fulvio Pierangelini. Tutt’al più l’Antica Osteria Bottega a Bologna, la sua città, con i suoi tortellini in brodo preferiti. Ma vuoi mettere i raviolini del plin, gli avrebbe risposto Carlin. Decidete voi chi aveva ragione.



