Il legame tra un vino e la sua origine è il fondamento della sua identità. La riconoscibilità di un vino nasce soprattutto da territorio, suoli, clima e vitigni. Ecco perché il gusto personale non può mai prevalere sull’analisi dell’origine.
Continuando il ragionamento fatto nello scorso editoriale, mi sono venute in mente altre considerazioni sul tema del rapporto fra origine e processo produttivo. Innanzi tutto, c’è da sottolineare come tutti i grandi vini, ma proprio tutti, degli ultimi cento anni almeno, hanno raggiunto fama e considerazione sulla base della loro origine.
Origine come fondamento dell’identità di un vino
I Grand Cru di Borgogna, quelli di Bordeaux, gli Champagne Cru 100%, così come i Barolo, i Brunello, i Chianti Classico, sono tali perché derivano da aree specifiche, singoli vigneti in qualche caso, e ne rappresentano l’essenza. L’origine, le denominazioni ad essa legate, sono insomma determinanti.
Origine che significa luogo, ma anche suoli, condizioni climatiche, scelta dei vitigni. Poi anche tecnica di allevamento dei vigneti e di trasformazione in cantina, quindi i processi produttivi. Che vengono dopo, per supportare e realizzare in concreto ciò che deriva dall’origine, e che sono in funzione di quella.
Origine e processo produttivo: un rapporto gerarchico
Il processo produttivo – dalla gestione della vigna alle tecniche di vinificazione – è fondamentale, ma arriva sempre dopo. Serve infatti a valorizzare ciò che l’origine esprime, non a sostituirlo. La tecnica è uno strumento, non il protagonista: ha il compito di supportare, realizzare e rispettare ciò che il territorio già determina.
Il ruolo della riconoscibilità: la coerenza come valore
Chi poi assaggia quei prodotti, consumatore appassionato, critico, enologo o sommelier che sia, come prima cosa farà attenzione alla riconoscibilità di ogni vino. Significa provare a capire se i caratteri organolettici siano coerenti con quelli il vino dovrebbe avere in base alla sua origine.
Distinguere un Romanée-Conti da uno Chambertin (esagero, lo so) o un Barolo dei Cannubi da un Vigna Rionda passa dalla capacità di individuare i tratti organolettici determinati da quei luoghi. Sono differenze spesso sottili, ma decisive.
Il gusto personale non c’entra
È un ragionamento abbastanza complesso, me ne rendo conto, ma fa capire che il gusto personale ovviamente esiste ed è legittimo, ma non deve prevalere sull’analisi e sulla capacità di definire un vino a partire dalla sua origine.
Significa che un Primitivo di Manduria deve essere corposo, che un Chianti Classico di Radda deve essere diverso da uno di Castelnuovo Berardenga, al di là del mio gusto personale, evidentemente, che interverrà solo successivamente. Senza pretendere che, ad esempio, nella parte meridionale di Montalcino si producano dei Brunello che somiglino a quelli di Montosoli o del Passo del Lume Spento.
Poi magari questi ultimi mi piaceranno di più, ma questo è un altro discorso.



