Come spiega Erika Mantovan, le ultime vendemmie in Valle d’Aosta raccontano un territorio estremo che ritrova equilibrio e chiarezza: bianchi tesi e salini, rossi agili e un patrimonio di vitigni autoctoni sempre più riconoscibile.
Un patrimonio varietale unico

La Valle d’Aosta è una delle regioni vitivinicole più piccole d’Italia: circa 280–330 ettari e 1,5 milioni di bottiglie, prodotte quasi tutte sotto l’unica denominazione regionale Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste Doc. Accanto a varietà internazionali come Chardonnay e Pinot Noir, che contribuirono al rilancio della viticoltura negli anni Cinquanta del secolo scorso, sorprende la ricchezza dei vitigni autoctoni.
Grazie al canonico svizzero Joseph Vaudan, fondatore dell’allora École Pratique d’Agriculture, i contadini locali piantarono varietà internazionali già note e adatte ai climi freddi o montani. Una maggiore sicurezza economica consentì poi di sperimentare con gli autoctoni — Prié Blanc, Petite Arvine, Petit Rouge, Fumin, Cornalin, Mayolet, Vuillermin e Vien de Nus — fino a riscoprire l’unicità di questo patrimonio varietale.
Viticoltura estrema

Siamo in montagna: pendenze vertiginose, lavoro esclusivamente manuale e vigneti che si spingono dai 300 a oltre mille metri. I suoli, alluvionali e morenici, sabbiosi e ghiaiosi, hanno elevata capacità drenante; le rese sono contenute. Il Consorzio, sempre più attivo nell’organizzazione di eventi, riunisce una cinquantina di aziende ed è presieduto dal giovane Nicolas Bovard, classe 1996.
Il clima è nettamente alpino: estati luminose e ventilate, forti escursioni termiche e maturazioni molto diverse secondo zona ed esposizione. Ne nascono bianchi tesi e salini, rossi agili dal frutto preciso e spumanti dallo stile affilato. Se le annate successive al Covid avevano mostrato vini più ricchi, caldi e avvolgenti, con le ultime due si torna a strutture più coerenti con la viticoltura di montagna: non potenza e opulenza, ma freschezza, definizione del frutto e concentrazione equilibrata, con gradazioni alcoliche contenute.
2024 e 2025: due annate a confronto

La complicata 2024 è un millesimo in chiaroscuro. Le piogge di giugno hanno favorito la peronospora, soprattutto lungo l’asse centrale e sui rossi autoctoni, riducendo i volumi e imponendo selezioni più severe, con una vendemmia tardiva e scaglionata. Nonostante differenze e imprevisti, i vini risultano più affusolati e meno esuberanti al naso, ma di grande piacevolezza.
Il 2025 appare invece più equilibrato: estate regolare, caldo moderato, luglio asciutto e un colpo di fresco a fine agosto hanno armonizzato le maturazioni. Le raccolte sono iniziate circa una settimana prima rispetto alla consuetudine recente e il quadro sanitario è stato generalmente buono. I bianchi ritrovano un profilo aromatico più nitido, acidità vivace e finali salini; i rossi, soprattutto nelle esposizioni più generose, esprimono un frutto più marcato e una tessitura tannica più definita, sempre con gradazioni contenute.
Zone e stili: cosa aspettarsi nel bicchiere

In bassa valle e nel fondovalle, dove si concentrano generalmente le basi spumante, le raccolte anticipate regalano profili tesi, pulizia aromatica e precisione. Ad Aymavilles e nelle aree limitrofe, a quota medio-alta, le forti escursioni termiche favoriscono profumi netti e scanditi: la mano produttiva non prevale, ma sostiene l’espressività. Al centro, tra Chambave e i versanti adiacenti, i bianchi del 2024 sono più contenuti e meno esuberanti, a vantaggio dell’eleganza; nel 2025 recuperano aromaticità e definizione.
Spostandosi a Morgex, il tenore alcolico più contenuto e le maturazioni comunque complete regalano grande slancio. Nelle zone più calde, infine, gli autoctoni si esprimono con maggiore fatica nel 2024, per poi ritrovare grande armonia nel 2025.





