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I secondi vini

I secondi vini

Abbiamo già parlato della crescita qualitativa dei “secondi vini”, ma un conto è riconoscerne la qualità, un conto premiarli come se fossero migliori dei primi vini. In questo caso, si crea una sorta di cortocircuito: se il secondo vino è meglio del primo, perché non è lui il top di gamma dal punto di vista del vignaiolo che li produce entrambi?

Come tutti sanno accanto ai vini “top di gamma” di ogni azienda ce ne sono altri che rappresentano i “secondi vini”. A Bordeaux sono molto famosi, ad esempio. Perciò accanto a Cheval Blanc c’è il Petit Cheval, accanto a Lafite c’è il Carruades de Lafite, e così via. Da noi i secondi vini di Sassicaia e Ornellaia sono rispettivamente il Guidalberto e Le Serre Nuove, mentre in Langa, ma anche in Borgogna, è il prestigio dei diversi “cru” che determina se quel Barolo o quel Barbaresco è un primo o un secondo vino. Oppure la diversa denominazione, per cui si tratta di un Langhe Nebbiolo e non di un Barolo, ad esempio. O di un Bolgheri Rosso e non un Bolgheri Superiore.

Sta di fatto che i cosiddetti “secondi vini” hanno un loro valore, una collocazione di mercato precisa, perché costano meno dei fratelli maggiori, e talvolta un valore organolettico molto elevato. Non però paragonabile con quello dei “primi vini”, almeno secondo i proprietari delle cantine che li producono e il loro staff tecnico. 

Ho notato però che negli ultimi anni, da parte di diversi critici, il “gap” tra i primi e i secondi vini si è molto ristretto nei punteggi e in parecchi casi i premi sono stati assegnati proprio a questi ultimi, relegando i primi vini a comprimari in qualche modo.

Un segno dei tempi? Scelte stilistiche che contraddicono quelle dei produttori? Operazioni di marketing legate alla maggiore vendibilità dei “secondi vini”? Probabilmente un po’ di tutto questo. 

Sta di fatto che operazioni del genere qualche contraccolpo lo determinano. Il più evidente è un’aperta contestazione alle scelte delle varie cantine e dei loro responsabili di produzione. Se premiassi Le Serre Nuove e non Ornellaia, ad esempio, non dimostrerei una grande considerazione per l’azienda e per le sue scelte di fondo, dal momento che in Ornellaia vanno le uve migliori. È solo un esempio, ovviamente, che per ora non è accaduto. Ne sono accaduti altri, però. Rossi dei Montalcino al posto dei Brunelli, Valpolicella Ripasso al posto di Amaroni. Perché sono più fruibili e meno costosi? Potrebbe essere una spiegazione. 

Certo sono scelte che manifestano poca considerazione per chi produce un secondo vino giudicato migliore del primo, dimostrando quanto meno poca consapevolezza tecnica. Un giudizio nei fatti molto critico e sferzante.

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5 commenti

Vinogodi 27 Ottobre 2025 at 9:44

Concordo senza meno…

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Mario Leone 27 Ottobre 2025 at 10:23

Trovo preoccupante che i vignaioli italiani non selezionino per vigna i primi ed i secondi vini, ma usino nomi di fantasia.
Che lo facciano gli imbottigliatori ed i commercianti mi pare comprensibile, che lo facciano i viticoltori molto meno.
Lascia perplessi anche il fatto che il primo vino riporti la dizione ‘imbottigliato all’origine’, mentre il secondo ed il terzo no.
È condivisibile pertanto l’analisi del direttore Daniele Cernilli secondo cui la vendibilità sottende alcune generose valutazioni.
A proposito del Nebbiolo, le numerose bottiglie che si vedevano nelle foto dei pranzi di Gianni Brera e Nereo Rocco erano di Nebbiolo di annata, non di Barolo o Barbaresco.
Che i nostri eroi fossero precursori della valorizzazione dei secondi vini?

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Sorsi di Territorio 27 Ottobre 2025 at 12:28

Se il vino e le sue qualità fossero decisi da un algoritmo che dipende da quante e valide risorse una cantina impegna nella sua realizzazione, nel bicchiere avremmo 100 volte su 100 il “primo vino” superiore al “secondo vino”. Ma il vino non è una scienza esatta e così “deterministica”. In una cantina che lavora bene potrebbe capitare, per mille ragioni diverse, che il cosiddetto secondo vino superi in una certa annata il primo. Nell’ipotesi che questo avvenga (anche solo una volta) un professionista che si trovasse a riconoscere all’assaggio una simile circostanza non avrebbe il dovere di dirlo ? e comunicarlo ai suoi lettori ? anche l’appassionato che legge o compra eventualmente una guida merita rispetto. Ovvero, meglio la verità, diciamo così, sperimentale, per quanto soggettiva, e il rispetto verso i lettori o meglio la teoria e il giudizio a priori ? Questo ultimo caso suonerebbe però di pregiudizio e piaggeria

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Roberto Giuliani 27 Ottobre 2025 at 15:29

Caro Daniele,
a mio avviso bisogna vedere anche secondo quali criteri il produttore abbia deciso di dare maggiore valore, prestigio e prezzo a un vino rispetto a un altro. I mutamenti climatici degli ultimi 20 anni non consento di giocare sullo stesso piano del passato, oggi un vino con le caratteristiche di allora viene troppo appesantito e alcolico, perde grazia e fascino, non bastano le uve migliori, a volte in cantina si può fare il passo più lungo della gamba, o mirare a un prodotto “pensato” e non frutto di un’attenta gestione di ciò che si ha a disposizione. Con vini tendenzialmente meno lavorati, si corrono meno rischi, errori, con il risultato che sempre più spesso sono vini più bevibili, aperti, spontanei e godibilissimi. Alla fine, a tavola, è il vino con queste caratteristiche che vince, quindi perché non premiarlo?=

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Andrea 27 Ottobre 2025 at 17:41

Troppo riduttivo
Chiamare Secondo Vino.
Io direi
LA SECONDA ESPRESSIONE

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