Daniele Cernilli ricorda la sua amicizia con Alessio Di Majo, figura chiave per la vitienologia molisana. Alessio ci ha lasciati il 19 aprile, lasciando tutti sgomenti e addolorati.
Era fra le cose che non avrei voluto vivere. Sapevo che non stava bene da un po’, aveva un brutto male, ma la speranza che ce la potesse fare c’era. Invece no, Alessio, il mio amico Alessio, non c’è più.
Aveva voluto andare al Vinitaly a tutti i costi. In quello stand dove lo conobbi più di trent’anni fa. Allora c’era suo padre Luigi con lui, e Giorgio Grai, che gli faceva da consulente enologico. Lì accanto c’erano tutti coloro che Grai curava, compresi Paola Di Mauro e Ampelio Bucci.
Una figura chiave per il Molise vinicolo
Alessio era un uomo sorridente, generoso e buono. Se non avesse fatto vino in Molise fin da epoche lontane, di quella regione si parlerebbe molto meno sotto il profilo vitivinicolo. Il Ramitello Rosso fu probabilmente il primo vino che suscitò interesse al di fuori della zona di produzione, a Campomarino. Poi costava poco ed era buono. Fra i giovani appassionati e squattrinati dell’epoca, parliamo degli anni Ottanta, era una manna.
Alessio si appassionò a tal punto da prendere in mano le redini aziendali, che suo padre lentamente gli lasciò. Non era un compito semplice. Non si produceva solo vino, ma anche olio, prodotti alimentari, seminativo. C’erano da gestire centinaia di ettari, ben 130 di sole vigne. E tante tipologie di vini, con diversi vitigni, Montepulciano, Aglianico, Tintilia, Greco, Falanghina.
A Grai era succeduto Riccardo Cotarella e la sua squadra di enologi, con Pierpaolo Chiasso alla testa. Ma Alessio era lì, sul pezzo, a sovraintendere e a girare il mondo. Vendere vini del Molise, semisconosciuti, non era semplice.
Quante volte abbiamo viaggiato insieme per raggiungere una fiera, una manifestazione organizzata dal Gambero Rosso e poi da DoctorWine. L’ultima volta lo incontrai su un treno. Si vedeva che stava male, ma sorrideva e scherzava lo stesso. Aveva solo 63 anni. Che dispiacere.




