Luciano Lombardi Vignadelmar ha intervistato Rossana Gaja, figlia dell’Angelo nazionale, per il quale non necessitano presentazioni. Il lavoro, le scelte, lo stile, il futuro e, per finire, qualche riflessione sul mondo del vino oggi.
Rossana è entrata nell’azienda di famiglia nel 2009, dopo gli studi in Viticoltura ed Enologia presso l’Istituto Umberto I di Alba e una laurea triennale in Psicologia. Oggi si occupa della parte tecnica e produttiva delle cantine Gaja tra Piemonte e Toscana e inoltre segue sul mercato italiano Gaja Distribuzione, l’azienda di importazione fondata dai genitori nel 1977. Vive a Barbaresco.
Bere per puro piacere
Rossana, il vino per te è inevitabilmente anche lavoro. Ma quando bevi per puro piacere, ti capita di scegliere altro? Io, ad esempio, adoro le birre belghe o in stile belga e amo molto il bere miscelato, soprattutto i cocktail classici, su tutti il Manhattan. Sono mondi che conosci, che frequenti?
Frequento molte stanze! Le birre, la mixologia, le kombucha… sono mondi che mi incuriosiscono.
La scelta personale
Oggi tu e i tuoi fratelli rappresentate la quinta generazione della famiglia Gaja. Mi sono spesso chiesto se il tuo percorso verso l’azienda sia stato una scelta maturata poco alla volta oppure qualcosa che hai sempre sentito come naturale. C’è stato un momento in cui hai pensato seriamente che la tua vita potesse prendere un’altra direzione?
Sono cresciuta a Barbaresco, paese di seicento abitanti, sulla sommità di una collina interamente circondato dai vigneti. Il mio primo ricordo legato al vino è il paesaggio delle Langhe, la geografia dei vigneti che disegnano le colline. È lì che si è costruito il mio primo rapporto con il vino e con la terra. Pavese, ne La luna e i falò, scrive: «Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo». Penso che sia stato così. Non c’è stato un momento preciso in cui ho scelto l’azienda, è stato un legame che, crescendo, ho riconosciuto come mio.
L’evoluzione dello stile

Conosco i vostri vini da molti anni e ho avuto il privilegio di seguirne l’evoluzione vendemmia dopo vendemmia. Mi sembra che negli ultimi anni I vostri Barolo e Barbaresco abbiano progressivamente cambiato espressione. Ricordo vini più severi, più introspettivi, quasi pensati con l’ossessione di durare nel tempo. Oggi mi sembrano più luminosi, più centrati sulla purezza e sulla maturazione del frutto, più immediati, senza perdere profondità. Persino il colore mi sembra raccontare questa evoluzione. E, soprattutto, oggi mi sembrano vini più liberi. Tu come li vedi?
I vini che produciamo oggi sono inevitabilmente diversi da quelli del secolo scorso, perché diverse sono le condizioni climatiche con cui ci confrontiamo. Allora il clima più freddo rendeva le grandi annate meno frequenti, spesso l’acidità era elevata e i tannini faticavano a raggiungere una piena maturazione. Oggi, con il caldo che avanza, le maturazioni sono più complete e regolari, talvolta persino eccessive. Il vigneto affronta nuove sfide e il nostro lavoro si è adattato di conseguenza. Anche il profilo dei vini è cambiato, l’acidità è più integrata, i tannini più maturi e questo rende il Barbaresco più accessibile già in gioventù, senza comprometterne la capacità di evolvere nel tempo. Lo speriamo, occorre sapere aspettare.
Trovare una propria voce

Rossana, ogni passaggio generazionale ha i suoi tempi. Nel tuo percorso, quanto è stato impegnativo trovare una tua voce all’interno di una storia così importante come quella della Gaja, rispettandone profondamente l’identità?
In realtà non so se ho trovato una mia voce. Lavorando con i miei genitori e fratelli, ho avuto un ottimo allenamento per imparare ad usarla.
Il rapporto con la cucina
Vivi in Piemonte, con radici piemontesi molto forti, e la cucina tradizionale della tua regione è straordinaria. Che rapporto hai con la cucina? Ti piace cucinare? Ne hai il tempo? E cosa prepari davvero volentieri quando sei tu a metterti ai fornelli? Quando arriva il fatidico momento dell’abbinamento preferisci farlo per valorizzazione reciproca o per contrasto?
Mia mamma Lucia è una buona cuoca, mio marito Paolo anche… vivo di rendita! A me piace soprattutto la cucina fatta di pochi ingredienti.
L’espansione

Negli anni avete progressivamente allargato l’orizzonte dell’azienda: Montalcino, Bolgheri, quindi l’Etna e oggi un nuovo progetto nelle Langhe. Qual è stata la motivazione più profonda che vi ha spinto oltre Barbaresco? Curiosità? Ambizione? Esigenza di confrontarvi con territori diversi? Oggi, rifaresti tutte quelle scelte?
Ci piace rincorrere le varietà indigene nei loro luoghi d’origine: il Nebbiolo nelle Langhe, il Sangiovese a Montalcino, il Carricante e il Nerello Mascalese sull’Etna. Credo che alla base ci sia soprattutto la curiosità di confrontarci con territori diversi per suoli, clima e altitudini. Ma con la consapevolezza che la qualità non è regionale, ma si può raggiungere ovunque, se il lavoro viene fatto con passione. Così acquisiamo conoscenze nuove da integrare ai nostri saperi.
Il dubbio
In tanti immaginano che in una grande azienda come la vostra ogni decisione nasca da certezze. Invece mi chiedo se non sia vero il contrario. C’è una decisione importante degli ultimi anni che inizialmente ti ha fatto dubitare molto e che oggi rifaresti senza esitazione?
Applichiamo il dubbio con metodo, senza esasperazione. Ci aiuta a rimettere continuamente in discussione quello che facciamo e a cercare, in ogni ambito del nostro lavoro, un margine di miglioramento.
L’annata 2016
Fra le tante annate che ho degustato, continuo a pensare che la 2016 resterà una delle grandi pietre miliari della vostra storia. Penso soprattutto a Sorì San Lorenzo e Sperss, che considero vini di livello straordinario. Anche tu, con il senno di poi, hai la sensazione di trovarti davanti a una di quelle annate destinate a diventare un riferimento storico?
Ma anche la 2014 e la 2021. Annate di struttura e longevità.
Altra Langa
Molti produttori sono saliti nell’Alta Langa per produrre basi spumante. Voi avete scelto una strada completamente diversa, tanto da parlare di “Altra Langa” e dedicarvi esclusivamente ai vini bianchi fermi. Che cosa avete visto in quelle colline che gli altri, forse, non avevano ancora visto?
La nostra famiglia ha da sempre cercato modi nuovi e stimolanti per crescere e ampliare le proprie conoscenze. Il nostro progetto più recente a Trezzo Tinella, distante 12 km da Barbaresco, è volto ad esplorare la vocazione a produrre vini bianchi fermi in altitudine. A fine 2017 abbiamo iniziato a esplorare questo territorio, cercando condizioni capaci di preservare freschezza e acidità. Da lì è nata una curiosità che progressivamente è diventata un progetto. Ci interessava capire se fosse possibile interpretare quei suoli in modo diverso, non attraverso la produzione di basi spumante, ma vini bianchi fermi.
Le scelte non fatte
Nella storia della Gaja si ricordano soprattutto le scelte fatte. Io, invece, sono curioso delle scelte non fatte. C’è un progetto, un territorio, un vitigno o un’idea che avete deciso consapevolmente di non seguire, pur avendone la possibilità?
Angelo è un vulcano di idee… ci sono tante scelte non fatte, meglio lasciarle in sospeso, qualcuna potrebbe ancora tornare pericolosamente d’attualità!
Angelo oggi
Oggi tuo padre ha alle spalle una vita straordinaria nel vino. Mi chiedo se, negli ultimi anni, il suo modo di osservare una vigna o una bottiglia sia cambiato. Lo senti più interessato ai dettagli tecnici oppure sempre di più al significato complessivo delle cose?
Negli ultimi vent’anni, con l’ingresso in azienda di noi figli e con le nuove sfide poste dal cambiamento climatico, Angelo ha sentito sempre di più la necessità di integrare i nostri saperi tradizionali con conoscenze nuove. Ha cercato il confronto con professori universitari, ricercatori, entomologi, botanici, genetisti, chiedendo loro di aiutarci a trovare soluzioni per lavorare in modo rispettoso il vigneto, parte aerea e sottosuolo.
Il mondo del vino sotto assedio
A mio modo di vedere, il mondo del vino è sotto assedio. Da tempo assistiamo a una crescente demonizzazione del suo consumo, quasi dimenticando la portata storica e culturale di una bevanda che accompagna l’uomo da millenni. Intanto diminuisce il potere d’acquisto dei consumatori, arretrano i consumi e i dealcolati vengono, a mio avviso erroneamente, presentati come una possibile risposta alle grandi giacenze di vino invenduto. Rossana, siamo dentro una tempesta perfetta? E soprattutto: il mondo del vino ha ancora la capacità di raccontare perché vale la pena difenderlo?
Il vino è sotto assedio, ma sono molti quelli in Italia che vogliono difenderlo. I produttori che sono per la moderazione e la sostengono un giorno sì e l’altro pure, anche se poi sono preoccupati per il calo delle vendite che da esse consegue. I consumatori saggi, di tutte le età, che non abusano ma sanno bere con misura, migliorando il proprio benessere. Gli enoappassionati che apprendono il valore culturale del vino, scoprendo umanità, paesaggi, geografia, storia, tradizione, religione. L’elevato stanziamento di denaro pubblico a favore dei produttori che costruiscono domanda sui mercati esteri, lasciando però all’asciutto due decine di migliaia di cantine micro-piccole-medie che vendono i loro vino solamente sul mercato italiano.
Non sono i dealcolati a preoccupare, attirano consumatori che vogliono bere una bevanda che venga indicata con il nome di vino ma privo di alcool. Portano data di scadenza e sono frutto di manipolazione; occorre che abbiano un’etichetta che dichiari chiaramente la loro natura.
Il tempo
Chi produce grandi vini lavora inevitabilmente con il tempo. Ma il tempo non è soltanto quello della maturazione del vino. È anche quello delle persone e delle generazioni. Oggi, che siete voi fratelli a guidare l’azienda, senti più la responsabilità verso la storia della vostra famiglia o verso chi la guiderà dopo di voi?
Oggi in famiglia c’è una buona armonia. Abbiamo trovato il nostro modo di lavorare insieme, basato sul confronto e sulla fiducia, ci piace quello che facciamo e credo che questo faccia una grande differenza. Guardando alla generazione successiva, vorrei che i miei figli fossero liberi di seguire le proprie passioni. Questo mestiere richiede dedizione, impegno e anche sacrificio, quindi credo che si debba scegliere perché lo si ama.
Scrivere una storia e continuarla
Rossana, Angelo appartiene alla generazione che ha scritto una parte fondamentale della storia della Gaja. Tu appartieni alla prima generazione chiamata a portare avanti quella storia e, inevitabilmente, a scriverne una nuova. Mi sono spesso chiesto se siano due mestieri diversi. Tu come li vivi?
Abbiamo ricevuto molto dalle generazioni che ci hanno preceduto. Il nostro compito oggi è portare avanti i valori che ci sono stati trasmessi, trovando il nostro modo di farlo, adattandoci ai cambiamenti e alle nuove sfide che il mondo del vino ci pone.





1 commento
Molto bello! Calibrato e misurato nelle domande e ancora di più nelle risposte . Ne esce un quadro perfetto di una azienda/famiglia di successo che guarda con sicurezza al futuro , osservando il presente sicuramente complicato