Dopo il racconto della Vigna Barberini e del vino AVGUSTO, il viaggio nel Parco archeologico del Colosseo prosegue tra gli ulivi del Palatino, la produzione dell’olio Palatinum e il miele Ambrosia. Un progetto che mette insieme archeologia, paesaggio, biodiversità e gestione del verde, dimostrando come anche agricoltura e memoria possano convivere nello stesso luogo.
Nel primo capitolo di questo reportage, dedicato alla Vigna Barberini, il punto di osservazione era la vite: un progetto contemporaneo che riporta la viticoltura nel cuore archeologico di Roma, fino alla nascita di un vino simbolico come AVGUSTO, prodotto in quantità minime e destinato esclusivamente a contesti istituzionali.
Ma quel vigneto non è un episodio isolato.
Fa parte di un sistema più ampio, dove il verde del Palatino non è mai decorativo né neutro. È un elemento costruito, gestito, interpretato. Un paesaggio che non si limita a esistere, ma che viene continuamente riletto per mantenere un equilibrio complesso tra natura, archeologia e memoria.
Un paesaggio progettato, non decorativo

È da qui che prende avvio questa seconda tappa. A poche decine di metri dalla Vigna Barberini, il Palatino continua infatti a rivelarsi per ciò che è davvero: non un semplice parco archeologico, ma un paesaggio progettato, dove anche gli alberi partecipano alla narrazione.
Questa seconda tappa del reportage nasce da un’esperienza diretta: ad aprile sono tornato sul Palatino per assistere personalmente a una lezione del Professor Riccardo Gucci dedicata alla potatura degli ulivi in un contesto monumentale di eccezionale importanza come questo.
Gucci è Professore Ordinario di Coltivazioni Arboree presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell’Università di Pisa. Esperto di fisiologia dell’olivo e gestione del frutteto, insegna Arboricoltura Generale e Olivicoltura ed è Presidente dell’Accademia Nazionale dell’Olivo e dell’Olio.
Ma ciò che accade qui non è una lezione di agronomia in senso tradizionale. È piuttosto l’adattamento rigoroso della tecnica a un contesto che impone priorità diverse.
La potatura come esercizio di equilibrio
Nel manuale dell’olivicoltura, il vaso policonico rappresenta il modello di riferimento. Sul Palatino, invece, questo schema è fortemente ridimensionato. Gli ulivi vengono mantenuti volutamente più bassi e la chioma viene svuotata all’interno, evitando qualsiasi densità eccessiva.
Il risultato è una struttura aperta, attraversabile dalla luce. Non un’ombra piena. Non luce diretta. Ma una condizione intermedia, precisa: una sorta di “ombra non ombra”.
La luce filtra, attraversa, disegna il suolo e lascia leggibili le strutture archeologiche. In questo contesto, la potatura serve innanzitutto alla pianta — alla sua stabilità, alla sua longevità e al suo equilibrio fisiologico — ma rinuncia consapevolmente alla produttività come obiettivo principale.
I 189 ulivi del Palatino non sono un oliveto nel senso agricolo del termine. Sono parte di un sistema più complesso, in cui vegetazione e architettura convivono in equilibrio.
Ma oggi questo sistema si sta evolvendo.
Nasce l’olio Palatinum
Il Parco Archeologico del Colosseo ha infatti avviato un progetto che va oltre la semplice gestione del verde: un modello di valorizzazione che integra paesaggio, produzione e divulgazione. Non solo archeologia, quindi, ma anche salute, benessere e cultura del territorio, attraverso una logica di filiera corta e di km zero.
In questo contesto nasce l’olio Palatinum, prodotto dagli ulivi del colle. Non si tratta soltanto di recuperare le olive, ma di evitare sprechi, migliorare la gestione del sito e trasformare un elemento potenzialmente problematico — le olive cadute lungo i percorsi — in una risorsa culturale e agricola.
La produzione diventa così parte di un programma più ampio, che include attività divulgative sulla coltivazione, sulla storia dell’olio e sul suo significato nella civiltà romana.
L’Ambrosia del Palatino e il valore della biodiversità
Accanto all’olio, un altro progetto ha preso forma: la produzione di miele, l’Ambrosia del Palatino. Le arnie sono state collocate lungo il versante meridionale del colle, in un’area particolarmente ricca di vegetazione mediterranea.
Le fonti antiche — Varrone, Columella, Plinio il Vecchio e Virgilio — descrivono con sorprendente precisione le condizioni ideali per l’apicoltura: luoghi asciutti, ventilati, ricchi di essenze e lontani dal disturbo umano. Le arnie del Palatino seguono esattamente queste indicazioni.
Anche qui, la produzione non è il fine principale. Il miele, fin dall’antichità associato all’ambrosia, il cibo degli dei, diventa simbolo e strumento per riflettere sulla biodiversità e sul ruolo fondamentale degli insetti impollinatori, oggi sempre più minacciati.
Un sistema vivente che racconta l’antica Roma
In questo scenario, anche gli ulivi assumono un significato diverso. Non sono solo elementi del paesaggio. Non sono solo memoria. Sono parte di un sistema vivente che prova a ricostruire, in forma contemporanea, il rapporto tra uomo, natura e città che caratterizzava l’antica Roma.
In questo equilibrio si inserisce una gestione articolata ma chiaramente definita nelle responsabilità. Il riferimento centrale per tutto il verde del Palatino è l’Architetto paesaggista Gabriella Strano, figura storica interna al Parco Archeologico del Colosseo, che ne supervisiona in modo continuativo l’impostazione, le scelte e la coerenza complessiva.
Accanto a questa regia, si inserisce la collaborazione con Nicola Di Noia, Presidente della Coldiretti, e con la Coldiretti stessa, soggetto esterno al Parco, a cui è affidata la gestione operativa di gran parte degli ulivi.
Si tratta di una collaborazione funzionale, costruita nel tempo anche attraverso un confronto tecnico costante, ma che si sviluppa all’interno di un quadro ben definito: quello di un progetto del verde la cui visione e responsabilità restano saldamente interne al Parco.
Dagli ulivi del Palatino si produce olio. Ma non è un prodotto in senso commerciale. Non ha un prezzo, non ha mercato. Come il vino AVGUSTO della Vigna Barberini, è destinato esclusivamente a contesti istituzionali.
La produzione non orienta le scelte. Ne è una conseguenza.
Un progetto che racconta il paesaggio

Se si volesse sintetizzare ciò che accade sul Palatino, si potrebbe dire così: qui il verde non viene coltivato per produrre, ma per raccontare.
E la potatura, più che un gesto agricolo, diventa un atto di equilibrio: tra pianta, luce e memoria.
Spero che, tornando sul Palatino, i lettori possano guardare con occhi diversi le oltre duemila piante che lo abitano.
Nulla, qui, è lasciato al caso. Ogni albero, ogni ulivo, ogni scelta vegetale è il risultato di una visione che tiene insieme storia, paesaggio e cultura. Una visione che si è costruita nel tempo, attraverso decenni di lavoro, e che oggi trova nell’Architetto paesaggista Gabriella Strano il suo punto di riferimento, in ideale continuità con chi l’ha preceduta.
Il Palatino non è solo un luogo da visitare. È un luogo da leggere. E forse, proprio per questo, da osservare più lentamente.






