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Il grande bianco toscano? riparte dalle radici

vino bianco toscano

Nel dibattito sul futuro del vino bianco toscano, interviene Antonio Spurio, direttore del Consorzio Bianco di Pitigliano e Sovana Doc. Rivendica il valore di una storia millenaria, di un patrimonio ampelografico unico e della ricerca scientifica. Perché la grandezza di un vino non si misura soltanto in ettari o tendenze di mercato, ma nella capacità di interpretare il territorio.

Cara Stefania,

innanzitutto vorrei ringraziarti per aver dato spazio e acceso il dibattito intorno al progetto di ricerca sul «grande vino bianco toscano», ospitando anche il contributo di Luca Pollini, direttore del Consorzio Maremma Toscana. Entrambi gli interventi pongono una questione importante e attuale: quale potrà essere il futuro dei vini bianchi toscani e quale identità sapranno esprimere in un panorama enologico sempre più attento all’origine, all’autenticità e al legame con il territorio.

È un dibattito che fa bene al panorama enologico toscano. La ricerca, il confronto tra territori e la valorizzazione delle produzioni bianche regionali rappresentano un’opportunità importante per l’intero sistema vitivinicolo della Toscana. Forse però, prima ancora di chiederci quale sarà il grande bianco toscano del futuro, dovremmo domandarci da dove partire per costruirlo.

La risposta potrebbe trovarsi proprio nei territori che una cultura del vino bianco l’hanno costruita nel corso dei secoli. Tra questi, il comprensorio di Pitigliano occupa certamente un posto importante.

Un’identità costruita nei secoli

Cantina storica della Cantina di Pitigliano
Cantina storica della Cantina di Pitigliano


Qui la tradizione vitivinicola si è trasmessa nei secoli, dall’epoca etrusca all’età romana, attraverso le vicissitudini della famiglia Aldobrandeschi e, più tardi, degli Orsini. Le numerose
cantine scavate nel tufo, ancora oggi utilizzate, raccontano una storia vitivinicola millenaria che ha attraversato le generazioni, adattandosi ai cambiamenti senza perdere il proprio legame con il territorio. Non è un caso che il Bianco di Pitigliano sia stato tra le prime Denominazioni di Origine Controllata riconosciute in Italia, nel 1966, ben sessant’anni fa: anticipava temi oggi al centro del dibattito enologico, come l’identità territoriale, la valorizzazione delle varietà tradizionali e la sostenibilità.

Il terroir prima del vitigno

Vigneto di Trebbiano
Vigneto di Trebbiano


In questi giorni si parla molto di vitigni. È un confronto legittimo e interessante. Ma la storia del vino insegna che
i grandi vini non nascono mai soltanto da una varietà. Nascono dall’incontro tra vitigno, clima, suolo e lavoro dell’uomo. È il concetto di terroir che il professor Mario Fregoni ha richiamato proprio a Pitigliano, in occasione delle celebrazioni per il sessantesimo anniversario della nostra Doc, tenutesi un paio di mesi fa. Un concetto che trova qui una delle sue espressioni più originali grazie alla roccia tufacea, elemento distintivo del paesaggio e della viticoltura locale. 

Il tema centrale, dunque, non dovrebbe essere soltanto quale vitigno scegliere, ma quale territorio raccontare.

Un patrimonio di varietà e ricerca

Grappolo di uva Trebbiano
Grappolo di uva Trebbiano

Da questo punto di vista Pitigliano possiede una ricchezza immensa. Negli anni Ottanta, grazie alla collaborazione tra la Cantina Sociale di Pitigliano e l’allora Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Arezzo, oggi CREA, è stato avviato un importante lavoro di recupero e conservazione del patrimonio genetico viticolo locale. Furono censite 25 varietà tradizionali presenti nel comprensorio, per un totale di 85 biotipi differenti, molti dei quali recuperati da vecchi impianti e vigne centenarie. Ben 14 erano varietà a bacca bianca.

Un patrimonio straordinario, che testimonia come la ricerca sui vini bianchi toscani, almeno a Pitigliano, non sia una novità, ma un percorso iniziato oltre quarant’anni fa.

Anche il dialogo con il mondo scientifico ha accompagnato costantemente l’evoluzione della denominazione. Gli studi sulla Carta Nutrizionale dei Vigneti di Pitigliano, coordinati dal professor Fregoni, hanno approfondito la conoscenza dei suoli, delle caratteristiche agronomiche e delle peculiarità ambientali del comprensorio, confermando la forte vocazione viticola di un territorio unico nel panorama regionale.

La forza della pluralità

Il successo del Vermentino rappresenta un fenomeno importante per la Toscana e in particolare per la Maremma. I numeri ricordati da Luca Pollini testimoniano una crescita significativa e meritano attenzione. Ma la grandezza di un vino non si misura soltanto in ettari coltivati o tendenze di mercato: conta anche la capacità di interpretare un territorio.

Per questo riteniamo che il futuro dei grandi vini bianchi toscani non debba necessariamente passare attraverso un’unica varietà o un solo modello produttivo. La forza della Toscana è sempre stata la diversità dei suoi paesaggi, delle sue comunità e delle sue tradizioni enologiche.

In questa pluralità il Bianco di Pitigliano ha una voce autorevole: una voce costruita su secoli di storia, su un patrimonio varietale unico, a partire dal Trebbiano Toscano, da secoli perno della denominazione, e sulla ricerca scientifica, che ha portato a dare spazio anche ad altri vitigni complementari come l’Ansonica. Ma anche su una comunità di produttori che ha saputo custodire la propria identità ben prima che questa divenisse un elemento strategico della comunicazione del vino.

Una nuova fase per il Bianco di Pitigliano

Forse, allora, la domanda non è quale sarà il grande bianco toscano del futuro. La vera sfida consiste nel riconoscere e valorizzare i grandi territori del bianco che la Toscana possiede già.

Noi vogliamo continuare a fare la nostra parte. Per la nostra denominazione si apre una nuova fase: la nouvelle vague del Bianco di Pitigliano deve nascere da un modo nuovo di valorizzarne l’identità e da un retaggio storico e produttivo che pochi altri territori possono vantare. In una congiuntura macroeconomica particolarmente complessa, siamo convinti di avere tutte le carte in regola per affrontare questa sfida. Una maggiore consapevolezza e coesione tra i produttori dovranno aiutarci ad accrescere il valore del Bianco di Pitigliano e a rafforzare il legame profondo tra vino, paesaggio, storia e comunità.

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