Che cosa significa davvero definire un vino “tradizionale”? Dietro un termine abusato si nascondono storia, marketing e identità territoriale. Daniele Cernilli riflette sul rapporto tra memoria e modernità, mettendo in discussione l’uso troppo disinvolto di una parola che spesso rischia di essere più evocativa che reale.
Innanzi tutto, chiariamo che cosa significhi davvero “tradizione”. In senso stretto, vuol dire trasmettere qualcosa da un luogo o da un’epoca a un’altra. La radice è simile a quella di “tradurre” e perfino di “tradire”. Nel mondo del vino, definire un’etichetta “tradizionale” significa riconoscerle caratteristiche organolettiche precise, capaci di rimandare con chiarezza alle sue origini territoriali e stilistiche.
Vuol dire anche rispettare pratiche di viticoltura e vinificazione consolidate nel tempo e riconducibili alla tipologia del vino stesso. Però, come spesso accade, i termini possono essere ambigui.
Quanto conta davvero la storia?
Oggi beviamo vini molto diversi da quelli dell’Antica Roma, ad esempio. I vini come li intendiamo oggi — imbottigliati, etichettati e concepiti come prodotti identitari — nascono con ogni probabilità in Francia e hanno una storia di circa 250 o 300 anni.
In Italia, il vero boom della qualità vinicola è arrivato negli anni Ottanta. Non a caso molte aziende celebrano oggi anniversari compresi tra i quaranta e i cinquant’anni: segno che la viticoltura moderna di qualità è relativamente recente.
Brunello e Amarone, due casi emblematici
Tanto per fare un esempio, basti pensare che nel 1964, a Montalcino, le cantine produttrici di Brunello erano appena cinque o sei. Oggi sono oltre duecento. Eppure molti vini di queste aziende vengono definiti “tradizionali”. Ma lo sono davvero? Bastano cinquant’anni di storia per parlare di tradizione?
E ancora, prendiamo l’Amarone: è un vino che è stato inventato, di fatto, nel secondo dopoguerra. Ha senso parlare di Amarone “tradizionale” o c’è una contraddizione di fondo?
Tradizione o costruzione narrativa?
Sono solo utili spunti di riflessione. Capisco bene che alcuni produttori considerino fondamentale mantenere pratiche agronomiche ed enologiche coerenti con l’identità storica dei propri vini. Tuttavia eviterei di abusare del termine “tradizione”, che in molti casi rischia di essere più una costruzione narrativa che una sostanza reale.



